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happy hend Michael Haneke

Un soffione disperso dal vento

Un film che racconta le relazioni stanche, la secchezza degli sguardi, il silenzio dei cuori. Il cinismo impregna tutto. Ogni piega della vita, perfino la morte.Un bel modo per iniziare a scrivere di un film che mi è piaciuto. Incoraggiante. Happy End di Michael Haneke ti investe lentamente ma inesorabilmente. È come un romanzo corale in cui tutti sono importanti, nessuno necessario, ciascuno indivisibile dagli altri.

Questa decadenza del vivere ha come scenario un luogo luminosissimo, Calais, luminosissimo e saturo. Calais è un porto di merci umane, migliaia di profughi si ammassano lì. Fatti reali in un luogo reale. Ma tutto questo è sullo sfondo. Solo che lo sfondo è come un pavimento lucidato a specchio dove ogni cosa si riflette e lascia tracce.

A Calais vive la famiglia Laurent. Un patriarca stanco di tutto che vuole morire, una figlia che ha preso le redini dell’azienda di famiglia, un figlio chirurgo che ha seminato matrimoni e prole in modalità seriale, due nipoti, uno adulto spinto dalla madre ad essere cannibale quanto lei, l’altra una ragazzina, figlia del primo matrimonio del seriale che guarda la vita dalla videocamera del suo iPhone, e la vede, la vede bene.

Un guazzabuglio. Che però si dipana con implacabile calma e lucidità.

Haneke mette un occhio glaciale su tutti noi. Sotto il sole di Calais ci abbaglia con il nulla da dire e da dare che sembra pervadere le nostre vite. Tutto questo ci piove addosso in modo pieno e impalpabile. Come quando in una giornata di primavera il vento disperde i pollini dei tigli, l’aria si riempie di una neve asciutta e silenziosa e il respiro si accorcia. O come quando dal fianco scosceso di un colle, quello stesso vento prende in pieno la distesa di soffioni e li arruffa in un colpo e i piccoli frutti del tarassaco si disperdono a perdita d’occhio.

I Laurent sono ricchi, distanti dalle cose, incapaci di parlarsi, ascoltarsi, accorgersi del mondo intorno. Risolvono le loro vite clonandole e disperdendole, soprattutto non le vivono.

Gli unici che vedono la realtà, ma comunque non la risolvono, sono i due nipoti, Eve e Pierre, e il patriarca. Sono i folli, quelli che non si adattano, osservano le ossessioni degli altri lucidamente, li stanano con lo sguardo, si accorgono dello sfondo, non importa come, che sia dal rec di una videocamera, dalla sedia a rotelle tentando la fuga o tuffandosi nel groviglio umano dei migranti. Loro vedono.

È difficile parlare di qualcosa di bello e glaciale insieme. Perché nella bellezza tagliente che il regista austriaco ci presenta, non c’è pietà. Nessuno dei personaggi è in grado di sciogliersi né di sciogliere gli altri. La piccola Eve è preda del disincanto a tredici anni, Pierre ne ha al massimo trenta ma è come se avesse le spalle curve e gibbose di un vecchio. Il grande vecchio della famiglia si affanna a concepire piani suicidi.

E gli altri? Massacrano qualunque forma di vita gli si agiti intorno. “Tranquillo, lo so che non ami nessuno, nemmeno me”, dice Eve a suo padre.

C’è da perdere la testa. E perché poi mi sono permessa di dire che Haneke punta gli occhi sulle nostre vite? Perché tutto questo dovrebbe riguardarci? Siamo persone normali, viviamo, magari con una certa soddisfazione. Non siamo ricchi alto borghesi, ci affanniamo ma in fondo poi siamo appagati. E sappiamo vivere le emozioni, mica siamo di ghiaccio.

Eppure, per quanto consideri me stessa un soggetto esposto alle passioni, quell’occhio addosso me lo sento. Credo che il disincanto, la secchezza dello sguardo, il silenzio del cuore ci travolgano più di quanto pensiamo. Più di quanto vorremmo.

Annotazione breve: Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Franz Rogowski, Fantine Harduin. Tutti loro imperdibili. Haneke è il regista di Amour, da mettere nei cassetti del cuore.

Annotazione importante: il 6 dicembre esce nelle sale italiane L’insulto del regista libanese Ziad Doueiri. Non parlerò del film, ne ho scritto a settembre, per me una delle opere più toccanti alla Mostra del Cinema di Venezia. Desidero segnalare l’uscita nelle sale di questo piccolo scrigno di maestria e sapienza, perché merita di essere visto e guardato con occhi profondi. Il trailer che ne anticipa l’uscita annuncia – certamente per creare attesa e stupore, mica dico di no – che l’11 settembre il regista Doueiri è stato arrestato all’aeroporto di Beirut, al suo rientro da Venezia. Nei giorni immediatamente precedenti, il film era stato acclamato dal pubblico della Mostra, l’attore Kamel El Basha aveva vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile e L’insulto aveva ricevuto la candidatura agli Oscar nella sezione miglior film straniero. Doueiri, arrestato e poi rilasciato, è stato accusato di collaborazionismo con il nemico. Mi piace pensare che questo film venga visto da tanti, da tutti.

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