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Una petizione per ricordare Lavinia e le vittime del manicomio

Chi era Lavinia Adami? Una petizione, lanciata dall’associazione Biancoenero, riporta alla luce il ricordo dell’antifascista polesana internata nel manicomio di Rovigo dal fascismo. 

All’ex ospedale psichiatrico di Granzette, alle porte del capoluogo, sono state dedicati, in questi anni, varie iniziative per condividere la storia, il valore architettonico e, ormai, anche quello naturalistico di un’area trasformata dall’abbandono in un vero e proprio polmone verde alle porte della città.

Biancoenero si è distinta per una peculiare ricerca, dedicata alle persone internate nel manicomio, alle loro vite e alle sofferenze, per restituire tanto la brutalità e ingiustizia dell’istituzione, tanto la dignità di chi ne è stato vittima. Biancoenero si incarna nella figura di Roberto Costa, che il manicomio l’ha conosciuto come attivista e che in anni più recenti si è dedicato a “scavare” negli archivi, per riportare alla luce le storie di chi è stato internato nella struttura, fino alla chiusura alla fine degli anni Settanta.

Suore, infermiere e pazienti all’ospedale psichiatrico, 1958. Lavinia Adami è la prima in alto a sinistra.

In questi giorni, Biancoenero ha lanciato una petizione per ricordare Lavinia Adami, che si può sottoscrivere semplicemente scrivendo a il proprio nome e cognome all’indirizzo red.biancoenero@teletu.it. La petizione chiede “alle autorità competenti, al Comune di Rovigo e di Badia Polesine, di affiggere una lapide o un cippo sepolcrale, in cimitero a sua memoria e testimonianza”.

Chi era Lavinia Adami? Una socialista e antifascista di Badia Polesine, sbattuta in manicomio nel 1937, sotto il Fascismo, e mai più uscita fino alla morte. Le sue spoglie, racconta Costa, giacciono dimenticate in un ossario comune a Roverdicrè.

Dimenticata dalla storia e dalla memoria collettiva, la vicenda di Lavinia Adami è stata ricostruita da Costa in una puntigliosa ricerca, che fa parte dei materiali contenuti nel DVD autoprodotto “Carte da s-legare del primo manicomio” (che si può chiedere all’associazione con un contributo alle spese).

Lavinia Assunta Adami nasce, appunto, a Badia Polesine nel 1892. Fin da giovane si contraddistingue per le sue idee politiche radicali, sufficienti a provocarle innumerevoli guai durante il Fascismo. Nel periodo degli scioperi, nel 1919, accusata di provocazioni e sobillazioni di carattere marxista, viene allontanata dal lavoro.

Il Casellario politico di Lavinia Adami

E’ tra i cittadini registrati nel Casellario politico centrale, un puntuale archivio dedicato agli oppositori del regime fascista, considerati pericolosi per l’ordine pubblico: Lavinia è bollata come “socialista” e “considerata pericolosa”. Motivo: “svolge un’attività turbatrice dell’ordine pubblico, inculcando nel ceto più basso diffidenza e sentimenti ostili alle autorità ed istituzioni, incitando a far proteste e reclami”, scrive la Questura nel 1934.

Appena tre anni dopo, nel 1937, viene reclusa in manicomio, in quanto, si legge nel certificato medico, “pericolosa a se stessa e agli altri” e perché “soggetto nevropatico, dedita da molti anni all’alcool”. In manicomio continua a condurre campagne di protesta e viene sottoposta a insulinoterapia e contenzione con corpetto e nastri.

In manicomio perde progressivamente la vista. Nel 1974, anche a causa della quasi completa cecità, mentre fuma la pipa in refettorio appicca fuoco ai propri abiti, riportando ustioni su tutto il corpo e venendo ricoverata per tre mesi in ospedale. Dall’incidente la mente e il corpo di Lavinia vacilleranno progressivamente, fino alla morte nel 1976. Oggi le sue spoglie sono al cimitero di Roverdicrè, in un ossario comune. 

Nel 1927 Lavinia Adami aveva avuto una figlia, Arga, poi divenuta tutrice della madre. “Mia mamma è stata
messa in manicomio che avevo dieci anni e per questo venivo derisa dalle mie compagne, non ho neanche
finite le medie perché mi prendevano in giro”, ricorda, in una toccante testimonianza contenuta nella ricerca.

La vicenda di Lavinia Adami è una tra le storie di donne e uomini internati nel manicomio rodigino. Testimonia efficacemente la triste condizione di chi vi era rinchiuso. Ma restituisce un’immagine del manicomio ben diversa da quella di un luogo di guarigione, più vicina all’immagine reale di istituzione totale, in cui allontanare dalla comunità soggetti problematici, indesiderabili e perfino “scomodi” per il potere.

Il materiale documentale e le immagini usate per questo articolo provengono dal DVD “Carte da s-legare del primo manicomio”.

2 Responses to Una petizione per ricordare Lavinia e le vittime del manicomio

  1. Marzia Boer ha detto:

    vorrei saperne di + su quel manicomio, sugli internati e sui “medici”

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