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Venezia 75. Infine, Zan e la memoria del corpo

Chiudo queste piccole divagazioni veneziane con gli ultimi due film che sono riuscita a vedere.

Zan (Killing) del regista giapponese Shinya Tsukamoto è in concorso a Venezia 75. La figura antica e fiera del samurai e la sua spada, oggetto che condensa in sé tutte le guerre, le inquietudini, gli orrori, ma anche la protezione, l’arte del combattimento, il destino di un uomo.

Il regista si è tormentato con una domanda, un dubbio che nei secoli deve aver attraversato la mente e l’animo di almeno un samurai: come posso uccidere con la mia spada?

Il film è costruito intorno a questa incertezza, quella di Mokunoshin Tsuzuki, un giovane ronin nel Giappone del XIX secolo, un’epoca in cui i samurai hanno perso importanza, errano senza padroni in povertà. Tsuzuki viene notato da un samurai esperto, Sawamura, alla ricerca di guerrieri per affrontare un conflitto che sta sopito all’orizzonte. La prospettiva di guerra che dovrebbe rinvigorire Tsuzuki, come qualunque samurai, lo getta invece nel tormento e tutto il film è costruito sull’incapacità del giovane ronin di trafiggere un altro uomo.

Come ha detto Tsukamoto, in questo film tutte le armi sono condensate in una sola spada. Il nucleo del racconto così come le sequenze dei combattimenti sono avvincenti e affascinanti, ma il film soffre di un’ansia che forse il regista non ha saputo domare e che ha reso difficile la narrazione.

Kucumbu tubuh indahku (Memories of My Body) di Garin Nugroho è invece un film indonesiano in concorso ad Orizzonti. Ispirato a una storia vera, racconta la vita di Juno, un danzatore, la sua relazione con il mondo e soprattutto con il suo corpo. Perché tutto ruota attorno al corpo.

Juno da bambino entra in una scuola di danza Lengger. Qualcosa che non è solo movimento, ma è la fisicità del mondo. Perché il corpo raccoglie la memoria della nostra vita, una memoria che si imprime sulla pelle, nei muscoli fino alle profondità degli organi. Soprattutto il regista ha voluto rappresentare il maschile e il femminile che è in ogni persona. Juno danza e diventa un oggetto del desiderio, ha la fisicità di un uomo e la delicatezza della più leggiadra delle donne. Si innamora di un pugile e poi di un danzatore warok. Ma il suo destino sembra quello di non fermarsi, Juno viaggia, ama, danza. E ad ogni incontro il suo corpo imprime le emozioni. Un film poetico che esprime la forza della sessualità in un paese, l’Indonesia, dove non è facile parlarne e tantomeno mostrarne le sfumature.

Muhammad Khan e il regista Garin Nugroho al Festival di Venezia, 7 settembre 2018 (Andreas Rentz/Getty Images)

Provo a fare ordine tra gli appunti sparsi che ho nella testa.

Prima di tutto una cosa: quest’anno la mostra del cinema ha avuto una sigla bellissima. Sembra un’inezia, invece la sigla accoglie lo sguardo ad ogni proiezione, prende gli spettatori e li prepara al viaggio.

Sono moltissimi i film che non ho visto, davvero pochi quelli che ho provato a raccontare. Le sensazioni delle persone intorno in questi giorni sfrigolavano nell’aria come il trillo delle cicale. Ho sentito tanti commenti e con curiosità ho ascoltato soprattutto quelli sui film che non ho visto. Come se il racconto, l’umore degli altri mi potessero restituire una visione fatta di parole.

Tra i film della sezione principale, Venezia 75, The Sisters Brothers di Jacques Audiard ha trafitto lo sguardo di molti, prodotto da Francia, Belgio, Romania, Spagna, è un western e c’è Joaquin Phoenix. Poi gli americani Joel e Ethan Coen con il loro The Ballad of Buster Scruggs, ancora un western, composto di sei racconti della frontiera americana; sono i fratelli Coen, hanno uno stile inconfondibile e geniale. The Favourite del regista greco Yorgos Lanthimos, film in costume, prodotto da Gran Bretagna, Irlanda e USA, ambientato nel XVIII secolo durante la guerra tra Inghilterra e Francia; gli spettatori che lo hanno visto sono rimasti incantati e sorpresi. Cito ancora il regista britannico Mike Leigh e il suo Peterloo, sempre di ambientazione storica. In corsa ci sono anche gli italiani Mario Martone con Capri-Revolution e Luca Guadagnino con Suspiria, circondato come sempre da un cast molto internazionale. Tra le mie visioni ho amato su tutte Roma del messicano Alfonso Cuaón.

La sezione Orizzonti, dedicata alle nuove tendenze estetiche ed espressive internazionali, ha riservato molte sorprese. In questo contenitore ho visto produzioni davvero belle. Molte non saranno mai distribuite, altre hanno già la data di uscita nelle sale. I film di cui ho raccontato hanno spalancato finestre su mondi microscopici o infinitamente grandi, leggeri, pesanti, ingombranti, in ogni caso senza banalità. Tra i tanti non ho visto Sulla mia pelle di Alessio Cremonini dedicato alla vicenda di Stefano Cucchi, ne ho sentito parlare molto e bene, anche questo è in uscita nelle sale.

Di tutte le opere che ho citato qui o di cui ho scritto in questi giorni, mi piace sottolineare quanta parte di mondo c’è.

Annotazioni: come ho detto questa è solo la mappa dei miei appunti mentali, ci sono molti altri film, magari sorprendenti, a disposizione delle giurie. Quella di Venezia 75 è presieduta dal regista messicano Guillermo Del Toro che lo scorso anno a Venezia ha vinto il Leone d’oro; quella di Orizzonti è presieduta dalla regista e sceneggiatrice greca Athina Tsangari. Se c’è un pregio che un premio importante ha, è la capacità di essere propulsore, passe-partout, una chiave che apre le porte all’attenzione e alla distribuzione. Dunque, fosse per me, premierei tutti, tutti quelli che hanno fatto scintillare un cuore.

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