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Verso la foce

C’era una volta una chiesa a Ca’ Cappellino, lungo l’argine del Po. Una di quelle chiese con l’osteria dietro il campanile e la scuola vicino alla sacrestia. E Toni Cibotto, molto prima che il tempo la divorasse, ammoniva sul Gazzettino di un freddo lunedì mattina che non bisognava più aspettare, se si voleva intervenire; e che occorreva fare presto, se la si voleva salvare.

Proprio lì, a pochi passi da Ca’ Cornera, nel luogo più importante dove qualche anno dopo troverà costantemente riparo, il posto verso cui migrano “gli uomini sensibili in cerca di pace”[1], “un rifugio per anime delicate in fuga dal turbine della vita odierna”[2].

E a due passi da Villaregia, “piccola frazione sperduta nella bassa polesana con campanile e chiesa isolati nel mare d’una campagna senza fine, piatta, disalberata”[3].

E proprio sulla via per atterrare poco dopo a Scano Boa, l’ultimo lembo di pianura, l’isola frequentata solo dai gabbiani, il luogo che ha ispirato Toni Cibotto, portandogli molta fortuna e lasciandogli una grande prateria di ricordi, il più importante dei quali legato ad un compagno di scuola, Renato Dall’Ara.

Era stato Dall’Ara, acceso di passione per il cinema, a prendere spunto da un fatto di cronaca assurto alla ribalta nazionale: una donna che aveva partorito, in barca, durante lo svolgimento di un corteo funebre.

Dall’Ara vi aveva costruito un cortometraggio di sapore neorealista rivelando un talento che lo spinse fra i protagonisti del cinema, sicuramente il più importante fra quelli espressi dalla realtà della nostra provincia.

Cibotto qualche tempo dopo rielaborò la storia e ne ricavò il suo famoso romanzo stimolando nuovamente Renato, il quale decise di realizzarne un lungometraggio: “a ripensarci con calma, un film non privo di difetti ma soccorso da una freschezza che diventava carezza ogni volta che la macchina da presa lasciava andare i volti del vecchio e della ragazza per inquadrare un lembo di paesaggio, ed è stato proprio il fascino della bassa avvolta nella desolazione, del fiume in corsa lenta verso il mare, del miraggio di catturare lo storione, da anni remoti simbolo di benessere, ad incantare successivamente le platee delle città dove Scano Boa veniva proiettato”[4].

Questi alcuni dei luoghi, sperduti nel Delta del grande fiume, amati da Toni Cibotto, tappe importanti del suo vagare solitario, un percorso leggero, instabile e mutevole, nel suo viaggio verso la foce.

Come se la naturale destinazione fosse altrove, in qualche luogo partorito dai sogni, come gli aveva spiegato quello strano personaggio con la testa appoggiata a un sacco, incontrato, guarda caso, in riva al Po:

“Quasi a bruciapelo mi ha chiesto: << Sai dove vanno tutte quelle nuvole?>> indicando con la mano le strane forme che veleggiavano lente nell’azzurro. Non udendo risposta ha bofonchiato ironico: << Vanno a casa prima che sia notte, vecchio mio>>”[5].

 

 

[1] Il principe stanco – Neri Pozza

[2] I Veneti sono matti – Neri Pozza

[3] Il principe stanco – Neri Pozza

[4] San Bastiano con la viola in mano – Neri Pozza

[5] Amen-versi in lingua e in dialetto – Gli Specchi Marsilio

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