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Viaggio cinematografico nei nostri tempi interessanti alla Biennale Arte di Venezia

L’Arsenale è una cittadella sospesa, i Giardini sono una piccola frontiera sulla coda del pesce. May You Live in Interesting Times, Che tu possa vivere in tempi interessanti è disseminata lì e nel resto della città.

La geografia complessa di 79 artisti e 89 partecipazioni nazionali è punteggiata da un filo che si dipana trasversale tra le opere, le fa risuonare e in alcuni casi diventa un linguaggio compiuto. Quello di un racconto cinematografico alla Biennale Arte.

Il Leone d’Oro della 58 esima edizione è andato a un film, The White Album di Arthur Jafa, esposto al Padiglione Centrale dei Giardini.

Materiali video a uno, due o più canali, brevi o lunghi, narrativi documentari o a tecnica mista, in bianco e nero o a colori, sono il discorso principale o la punteggiatura di tantissimi artisti presenti.

Fa un po’ strano dirlo, ma attraversare stanze e padiglioni alla ricerca di immagini in movimento, ha reso tutto il resto uno sfondo. Fa strano perché, in verità, tutto il resto è l’ossatura della biennale. Sono le opere, gli allestimenti, il motivo fondamentale della mostra.

Solo che ogni cosa ferma è diventata per me una grande scenografia. In alcuni casi magnifica, in altri incomprensibile.

Nel rapporto sbilenco che ho con l’arte contemporanea, ciò che non capisco a volte mi irrita, oppure lo capisco, mi sembra inutile e mi porta dritta ad un binario morto. Ma l’idea di tutto quel materiale filmico e di quella immensa scenografia ha cadenzato il viaggio tra Arsenale e Giardini, in due calde, roventi giornate di luglio. Con il sole a rivestire tutto e un riverbero tenuto a bada solo dai mattoni dei magazzini e dagli alberi folti e aperti sui prati.

Ho pensato molto al titolo di questa edizione, May You Live In Interesting Times, Che tu possa vivere in tempi interessanti, e mi sono detta che questa sorta di viatico – che pare fosse un’antica maledizione cinese, ma forse invece no – spalanca lo sguardo su paesaggi impressionanti, magnifici, terribili, pieni di sconfitte e di speranze. E non c’è nulla di più narrativo, visuale e in movimento di scenari così avvincenti.

Mi sono immaginata affacciata ad una gigantesca finestra. Davanti a me la visione di quegli Interesting Times che ogni artista vive nel proprio contesto.

Ecco un po’ di quello che ho visto. Parziale, opinabile, personale, rovesciabile.

Su tutto la necessità di documentare. La lettura di questo tempo passa attraverso il recupero della memoria. Mi ha colpito il lavoro di ricerca sul passato. Documenti d’archivio, filmini, pezzi di cinema d’epoca, fotografie, mescolati a immagini in tempo reale, sulla strada, tra la gente, al flusso della rete e a ciò che producono i social media; oppure incuneati tra immagini virtuali, realtà che non esistono, ma che sono auspicabili, desiderate, temute. Su questa impalcatura ibrida sono costruite gran parte delle narrazioni.

Nel caso di Arthur Jafa e Kahlil Joseph – afroamericani, sperimentatori e avvezzi al cinema – dai loro lavori video, a un canale per Jafa a due per Joseph, esce una potente e caleidoscopica lettura della cultura nera. The White Album e BLKNWS, dai Giardini e dall’Arsenale, sembrano dialogare attraverso flussi di immagini che raccontano una o mille società americane. Entrambi attingono, accumulano, smontano e montano una quantità enorme di contenuti televisivi, masticati da internet, postati, fluiti. Con alcune differenze preziose. Il lavoro e l’osservazione di Jafa sulla cultura nera è allo stesso tempo una riflessione sul suo rapporto con la cultura bianca. Il poderoso flusso in BLKNWS di Joseph raccoglie le infinite percezioni che della cultura nera passano e ci arrivano addosso.

Entrambi gli artisti hanno fatto un magnifico lavoro di montaggio. Che nel cinema non è un semplice assemblaggio di immagini, ma una grammatica e la costruzione narrativa di qualunque opera.

I lavori delle artiste Larissa Sansour, del Padiglione Danimarca ai Giardini, e Nujoom Alghanem, degli Emirati Arabi all’Arsenale, emergono come due racconti minuziosi che oscillano tra realtà e finzione, passato presente e immaginazione futura, memoria e possibilità.

Heirloom di Larissa Sansour è un film (In Vitro) ed è un’installazione. Un gigantesco monolite reagisce ai passi sul selciato. Ferma davanti a lui, lo vedevo immobile in attesa, come lo ero io. Al primo passo per scrutarlo, si è animato in una rotazione uguale e opposta alla mia. Era come il mio doppio, il doppio di ognuno di noi. Il film, a due canali, è una prova di cinema narrativo. In uno splendido bianco e nero seguiamo su due schermi le oscillazioni di una geografia trasfigurata, che ricorda i territori occupati della Palestina, spostata in un futuro fantascientifico. Dunia e Alia, dopo la distruzione in superficie, vivono in un mondo sotterraneo, una è anziana, malata e piena di ricordi, l’altra è un clone, giovane ma senza memoria.

Passage della regista e poetessa Nujoom Alghanem vive analoghe fluttuazioni tra tempo reale e fittizio. Un qui e ora e un altrove in continuo spostamento, raccontano la migrazione di una donna. Anche in questo caso l’installazione video è a due canali, ma su schermi contrapposti fronte/retro. E per vedere i passaggi tra realtà e finzione, dobbiamo spostarci da un lato all’altro dello schermo.

I tempi interessanti tornano di continuo.

Sono il racconto di Isuma del Padiglione Canada sulle migrazioni forzate degli Inuit negli anni Cinquanta e Sessanta, con Isuma Online, una raccolta di film che passa su iTunes in diversi paesi del mondo.

Oppure Cosmo – Eggs del gruppo di artisti del Padiglione Giappone, una riflessione sulle distorsioni del territorio, soprattutto dopo i danni pesanti alla centrale nucleare di Fukushima con il terremoto del 2011.

E ancora, l’artista tedesco Hito Steyerl con le sue video installazioni stende un lunghissimo ponte tra passato e futuro. This is the Future, all’Arsenale, racconta di una donna alla ricerca di un giardino segreto che ha deciso di proteggere nascondendolo nel futuro. Mentre Leonardo’s submarine, al Padiglione Centrale dei Giardini, ci porta indietro di cinque secoli, quando Leonardo da Vinci progettò un sottomarino per la Repubblica di Venezia, come arma di difesa, ma poi lo rese indecifrabile, ritenendo i potenti, e in generale le persone, troppo feroci per farne un uso assennato. Non serve dire quanto Leonardo sia attuale. Steyerl riesce ad immergere il nostro animo in una narrazione totale. Ai Giardini tre schermi avvolgono lo sguardo come fossimo sul fondo del mare, all’Arsenale le immagini scorrono, tracimano e arrivano ai nostri corpi rendendoli parte del racconto.

Un piccolo scrigno l’ho trovato al Padiglione India, dedicato a Gandhi. Covering Letter, di Jitish Kallat, proietta su uno schermo di fumo una lettera del Mahatma. Un movimento lento e suggestivo che prende forma nella nebbia e scorre, invitando lo spettatore ad attraversare il FogScreen.

Il Padiglione Russia, che non ho apprezzato per un senso claustrofobico diffuso, vive però di elementi interessanti. Lc. 15:11 -32 è ispirato alla parabola del figliol prodigo e ha tra i partecipanti il regista Aleksander Sokurov. Nell’allestimento al piano terra ho riconosciuto un forte sapore di pre cinema, con scenografie semoventi che ricordano la Lanterna Magica.

Molto altro ho visto in questa May You Live In Interesting Times, ma a continuare forse si perderebbe il filo. Una trama che lascio allo sguardo di ognuno, solo ad avere voglia e tempo di vedere.

Non c’è nulla di sorprendente o rivoluzionario in questo viaggio tra le immagini in movimento. Se non il fatto che la plasticità delle arti visive trovi forma nel diaframma di una macchina da presa o videocamera che sia. I pixel sdoganano tutto, sono dinamici, maneggevoli, mutevoli e si prestano alle arti visive come territorio privilegiato per la sperimentazione.

In quanto installazione artistica, ogni film presente alla biennale vive in un flusso frammentato di corpi, interferenze, interazioni. Tuttavia narra, ferma lo sguardo e avvince.

Sono stata attratta dai materiali in sé, dal loro assemblaggio e allestimento. Dalla curiosità di vedere se in tutto quel movimento si agitava una visione cinematografica, un senso narrativo, poetico e infine schizofrenico di questi nostri Interesting Times.

Annotazioni: May You Live In Interesting Times – Che tu possa vivere in tempi interessanti, la Biennale Arte 2019, è aperta fino al 24 novembre. Ho letto con molto interesse la presentazione del curatore, Ralph Rugoff, il suo approccio all’architettura di questa edizione e il concetto affascinante espresso dal titolo.

Per tutte le informazioni: www.labiennale.org

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