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Werner Bischof, la fotografia come riflessione sulla realtà

Dopo il dissacrante David Lachapelle, la Casa dei Tre Oci a Venezia ospita fino al 25 febbraio 2018 una grande antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell’agenzia Magnum.
La mostra, curata dal figlio Marco Bischof e dal direttore artistico Denis Curti, in collaborazione con Magnum Photos, presenta 250 fotografie, in larga parte vintage, tra cui una sala di fotogrammi scattati nei paesi dell’est europeo, tratte dai più importanti viaggi che portarono l’artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù.
Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento: tarassachi, limoni, pini, querce, intere foreste; queste prime fotografie costituiscono il trionfo di una bellezza contemplativa, composte come studi di nature morte illuminate con eleganza, unite ad alcuni raffinati ritratti.


Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 22 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell’Italia il suo soggetto privilegiato. In essa si coglie l’originalità dello scatto che rivela l’occhio ‘neorealista’ ed un approccio “umanista”, con una forte vicinanza alla filosofia fotografica di Henri Cartier Bresson, (fondatore di Magnum Photos con Robert Capa nel 1947), che amava ripetere: “Un fotografo deve sempre lavorare avendo il massimo rispetto per il soggetto che ha di fronte, senza mai smarrire il proprio punto di vista”.

Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell’età dell’oro del fotogiornalismo, in cui l’occhio di Bischof cattura il teatro desolante di una Europa devastata dalla seconda guerra mondiale, dove al centro di questa poetica narrazione sono i piccoli gesti quotidiani, i volti della gente nella ricerca costante di trovare la bellezza anche nella più profonda sofferenza.


Il fotografo svizzero decide all’età di 29 anni di lasciare il suo studio per cominciare in condizioni difficilissime l’avventura che lo farà viaggiare in tutto il mondo.

Sarà un itinerario che, partendo da Zurigo giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio, per arrivare poi ad Hong Kong e all’Indocina, rischiando la pelle poiché il treno che lo avrebbe portato a Saigon viene preso d’assalto ed il fotografo riesce a mettersi miracolosamente in salvo.
Memorabili sono le immagini dell’amatissimo Giappone dove Bischof si recò nel 1951 e vi trascorse più di un anno, attratto dai paesaggi e dall’architettura, che descrive con una sorta di “fissità”, in perfetto equilibrio tra forma e contenuto. Sono immagini “Zen” che sottolineano la bellezza dei rituali ed esplorano l’interferenza dei simboli occidentali con le tradizioni orientali.

L’itinerario continua con la guerra di Corea, dove villaggi evacuati e campi di rieducazione sono ritratti dal fotoreporter con rara sensibilità; alcune di queste immagini furono censurate dalla committenza, altre utilizzate come propaganda politica, generando un vero e proprio conflitto interiore nell’autore.

Il viaggio di Bischof proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori; New York è per il fotografo “una città brutalmente fredda, un luogo terribilmente egoista”, che tuttavia non lo lascia indifferente, catturando la dinamicità del Nuovo Mondo.

Bischof prosegue il viaggio in Messico insieme alla moglie Rossellina che aspetta il secondo figlio e quindi rientra in Europa, mentre lui continua da solo verso Panama, Cile e Perù ed il suo percorso si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove il 16 maggio 1954 troverà la morte a causa di un terribile incidente automobilistico.
Il 25 maggio dello stesso anno John Morris, scomparso di recente ed allora caporedattore della rivista Life e della Agenzia Magnum Photos, apprende a distanza di poche ore la notizia della morte di Bischof e di Robert Capa, che muore 9 giorni dopo il collega ed amico svizzero, in Indocina a causa di una mina anti-uomo.

Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, ma si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione.
“Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza, poiché “nel profondo del mio cuore io sono sempre – e sempre sarò – un artista”.

“Non è difficile fare delle belle foto in un momento come questo, basta avere il senso della composizione”. Che dire? C’è molto a imparare dai grandi maestri, ci saranno scenari diversi, fondali con storie purtroppo ancora tragiche, però la purezza dello scatto si può cercare di farla ancora, piano piano, con umiltà e rispetto.

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