Mi alzo la mattina ma col fiato sospeso, ogni risveglio d’ogni giorno è funambolo ormai, sospeso fra gli aneliti che non oso, le speranze che rischio ma annaffio e i bollettini di guerra. Perché la sensazione è quella, anche se in una vera guerra io non c’ero stata mai. Mi alzo, godo dalla finestra o nel giardino le belle giornate e la natura che fiorisce imperturbata per il breve tempo che ho, perché poi comunque la mia “normalità” non si ferma, non cambia e spero solo che non volga mai al peggio. Poiché lavoro in una casa di riposo, con tutti i relativi annessi e connessi. So sempre quando entro ma mai se uscirò per rincasare, si monitora costantemente tutto e tutti, si sta attenti, ma come sempre, da umani fallaci e fallibili. Una sola svista, un solo errore ovviamente non voluto e inavvertito, o uno solo di noialtri del personale che sia un positivo asintomatico senza averne la più pallida idea e che riesca a fare entrare il virus in struttura, cagionerebbe danni incalcolabili, come già sta succedendo altrove e vicino, dove si assembrano anziani e soggetti ad alto rischio.
Mi raccapezzo, mi sento onorata da una parte di poter dare un contributo attivo nella mia quotidianità, e là dove tutto o quasi si ferma mi sento ancora un tassello utile e prezioso, malgrado ogni senso d’impotenza generale, reale ed effettivo. Sorrido, e ho voglia di vedere i “miei” anziani, non li posso più sbaciucchiare o coccolare come prima concepivo, ma con le mascherine e senza contatti fisici salvo quelli indispensabili, si sta a contatto e ci si coccola in altre forme e modi. Si cerca di fare il possibile e l’impossibile durante i turni, per cercare di farli stare “bene”, per distrarli, distoglierli e svagarli, mai come ora è stato fondamentale il prendersi cura di loro interamente, tanto nel fisico che dentro. Ma alcuni sono inconsolabili. E chi può biasimarli? Sanno che probabilmente non camperanno abbastanza da poter rivedere e riabbracciare i loro cari, lo temono di ora in ora, osservando noi che entriamo e smontiamo dai turni. Alcuni seguono i telegiornali con attenzione maniacale. Certi proprio non lo accettano, altri invece non riescono a capire, e non so mai se sia più un bene che un male, o viceversa. “Perché mia figlia mi chiama ma non viene? Se la senti, per favore, puoi dirle tu di venire a trovarmi?”, domande così sono all’ordine del giorno, e queste, sono anche quelle più dolci e tenere. Altri, purtroppo, rievocano i dopoguerra e i coprifuoco, guardandosi le mani grinzose e fragili che già una volta ne hanno passate tante. Che forse, per loro, sono già state troppe. Ma se ai bombardamenti o alle incursioni erano “abituati”, ora c’è un nemico invisibile che li priva dei contatti umani dei loro parenti proprio nel momento più delicato dell’intera esistenza, quello di andare incontro alla fine, sperando, nel modo più sereno e indolore possibile. Se già è tosta da accettare da vecchi la necessità inderogabile di trovarsi in una casa di riposo, adesso è assai più dura tentare di abituarli a tutto questo. Una mi ha detto: “Ho vissuto la prigionia da giovane, ero già madre allora. E sono diventata vecchia per ritrovarmi prigioniera, ancora, dopo tutto quello che ho già passato…” Ma noi non molliamo, ce la mettiamo tutta per alleviare anche di poco il senso di abbandono nella reclusione forzata. Allora vado ad abbracciare anche tutti questi fardelli nell’unica realtà che mi appartiene ancora, e che ringrazio d’avere e di poter vivere, nonostante il mio personale bagaglio si faccia più greve molte volte, al punto di farmi boccheggiare per qualche minuto. 
Allora, quand’è così, arrivano i pensieri. Tanti, troppi e tutti insieme. E con essi la tentazione di prendere in mano il cellulare per bere le ultime news e relativi fake, cercando per come posso di filtrarne qualcosa di utile, perché di buono non c’è mai granché, anzi, sempre in attesa del bollettino delle 18:00. Già, i pensieri… questi pensieri che sono la resa dei conti che va di ora in ora, tanto in modo globale quanto nel mio piccolo fazzoletto di terra, non li so fermare. Li ricaccio a vergate, ogni tanto, in qualche angolo di me, purché ci stiano. Purché rimangano fermi e a cuccia almeno per un po’, fino al prossimo sbalzo e sobbalzo. Mi lavo, mi preparo, cerco di rispettare accuratamente le norme igieniche ma non sono mai sicura di niente. Allora scanso le ansie maniacali, se no impazzisco. Ad un certo punto, ogni giorno, mi fermo e lascio fare solo a Dio, divento fatalista oltre che “fedele”, pur se a parlare di fede, di questi tempi, suona astruso persino a me. Non ho perso di certo la fede in Dio; non resta altro che quella, tra l’altro, anche volendo opporvisi. E questo vale da che ho aderito al Suo richiamo in cuore, una cosa mia personale ed intima, che però adesso mi sta mettendo a dura prova. Perché è facile credere e sperare quando tutto va relativamente bene. È semplice e, in un certo senso, lineare affidare e affidarsi quando comunque si mantengono anche i piedi per terra. Ma è quando ti rendi conto che tutto vacilla e collassa, sia i propri piedi che il suolo ove poggiano, che si vede di che forgia è una fede. Una fiducia incondizionata che è necessaria e lo era già da prima, viene testata goccia goccia per vedere se è – soprattutto – totale e assoluta, e non variabile o mescolata ad altro, tanto o poco che sia. Ecco che ogni giorno di più prendo atto di una cosa: Dio, in un lungo attimo, ha smantellato tutti i falsi idoli che avevamo un po’ tutti come capisaldi che davamo per scontati. L’economia, il progresso, la politica, i centri commerciali, lo shopping, le discoteche, i punti di ritrovo e aggregazione tutti, dal più basso al più aulico, dalla bettola al centro culturale, il calcio, lo sport in generale, le palestre, i divertimenti, i vizi… persino le Chiese, intese come luoghi di ritrovo comune formale, mentre la Sua Chiesa, che è il Suo stesso Corpo, è un’altra, e forse adesso, in un momento come questo, ce ne renderemo conto, ma soltanto forse. Certo, per una cristiana come me, chi avrebbe mai immaginato di contemplare un periodo pasquale così? A Chiese chiuse, senza preti, senza soprattutto Sacramenti, che sono il cibo dell’anima per chi crede, e la forza e l’energia per carburare e proseguire nel cammino. Evidentemente, si può andare avanti anche senza di tutto questo. Evidentemente, per ora può e quindi deve bastare pregare in casa (e sarà forse una preghiera più pura e mondata da tante croste di superficie), leggendo la Sua Parola, che basta e avanza per ogni anima vivente. E per altre proforme, per quanto care e belle, si può attendere che giungano tempi migliori. In fondo, ogni consacrato dice Messa da sè ogni giorno, ed ecco che forse una “manciata” di Eucarestie celebrate da una sola persona per volta pur senza partecipanti aggiunti, possono tanto, possono tutto per tutti, adesso come adesso, possono impedire di “far crollare il mondo”, perché, “finché c’è anche un solo uomo giusto che prega, ecco che Dio non permetterà lo sfacelo dell’umanità” (cit. in agiografia da più Santi, rifacendosi alla supplica di Abramo nella Genesi). Ecco che per evitare una moria fuori controllo, anche le Chiese, i Santuari e le zone di culto sono attualmente ferme, ed ecco che passeremo una Pasqua straniti, attoniti, isolati, che è di certo diversa da ogni altra ma, chissà, se non sarà più Santa di molte altre, prima. Questi fanno sempre parte di quei miei pensieri ora pacati e ora ruggenti.
Poi, però, insieme a queste considerazioni che possono essere spirituali e soggettive, ce ne sono molte altre che invece sono terrene ed oggettive, che mi stroncano il fiato quando tutte insieme divampano. Come rendersi conto che ora come ora è un cruccio pesante anche solo il pensiero di fratturarsi un dito. Di fare una storta. Di cadere malamente. Di fare un’emorragia. Di battere la testa. Di fare un infarto parziale. Di fare un’occlusione intestinale. Di infettarsi una ferita. Di aver bisogno di visite e di medicazioni. Adesso tocca pensarci e badarci seriamente, mentre fino a un attimo fa si stava nelle false sicurezze dei pronti interventi e degli spostamenti dovuti. Ecco che nulla più ci è un atto dovuto ma anzi, una grazia concessa, tanto lo star bene per quello che siamo e che possiamo quanto lo star male, avendo di bisogno, e trovare soccorso. E il disincanto di potere non trovarlo, per cause di forze maggiori e universali, non soltanto nazionali. 
Adesso che siamo più fragili e vulnerabili che mai, su tutti i fronti pensabili e inimmaginabili, ecco che spesso acchiappo in mano ‘sto telefonino, e scrivo messaggi e chiamo e videochiamo persone, che siano mere conoscenze o affetti profondi ma, come stasera, mi trovo a scrivere a più di qualcuno che, finché ho ancora tempo, voglio che sappia che rendo grazie per ogni momento passato insieme, e che spero di rivederli e abbracciarli, ma che nulla è più scontato ormai e dunque, “Se Dio vuole”, come dicono sempre gli arabi, ci rincontreremo. E, a volte, le persone mi rispondono con cose scherzose e sdrammatizzando: Dio li benedica anche per questo, perché, allora, rido di gusto. E, altre volte, senza illusioni, pretese né false luci, ci diciamo quello che è col nome che ha ogni cosa, sempre col cuore in mano, sempre con delle inqualificabili porzioni di anima e spirito che stanno connesse e avvinghiate, le une protese e incastonate nelle faccende e preoccupazioni delle altre. E, allora, piango. Piango e grondo lacrime che non so neanche da dove risalgano e scroscino così, da colmare due pacchetti di fazzolettini di carta, che poi prontamente brucio nel camino, perché c’è ancora la coccola serale del focolare acceso in casa, per ora. Ma a volte piango tanto da non sapermi fermare per delle mezz’ore. C’è chi ha partorito, in questi giorni. C’è chi l’ha fatto in solitudine, fuori città, senza famigliari accanto. C’è chi non ha potuto andare ad assistere le neomamme in questi momenti unici dell’esistenza umana. C’è chi ha visto i neonati solo in foto o per videochiamata. C’è chi si è rotto un braccio e si è steccato da solo, in casa, alla bene e meglio o alla meno peggio, arrangiandosi per come può. C’è chi ha i figli disabili. C’è chi ha i parenti malati. C’è chi lotta contro il cancro o contro altre patologie gravissime e che deve obbligatoriamente recarsi negli ospedali, nel patema di buscarsi una carica microbica che sarebbe fatale, vanificando ogni sforzo sinora effettuato, e buonanotte al secchio. Oppure c’è chi si stava curando e sono state sospese le cure, per ovvi motivi sempre però difficili da accettare. C’è chi non regge e si butta in un canale o si appende una corda al collo. 
C’è da preoccuparsi anche di morire, adesso come adesso. È diventato un vero problema anche smaltire i cadaveri, spostarli, onorarli e, per chi crede e lo desidera, anche garantire loro una degna sepoltura e funerale. Chi sognava l’eutanasia, chi immaginava di lasciare il proprio corpo alla scienza, chi ha già firmato per donare gli organi, chi ha già prenotato il tumulo di famiglia… non è più detto nulla, ora. Diventa un problema serio anche pensare di pesare su un intero sistema in collasso persino dopo morti, e ancor peggio è il pensiero di dover perdere i propri cari adesso, senza poterli magari salutare come si vorrebbe. 
Ecco che, in un lungo attimo, Dio ha bloccato e rimosso tutto, tutto quello che per noi era certo e stabile, dalle radici personali di ognuno. Tutto quello che ci allontanava da Lui. Mi domando se un po’ di queste distanze forzate che stiamo mantenendo non siano da assaggio per farci comprendere come anche Dio stesso si senta con noi lontani, con noi che gli stiamo assai spesso a distanza e ci guardiamo bene dall’entrare in contatto con Lui, ben determinati a innalzare muri fra noi e Lui, mentre da parte Sua tutti siamo nel Suo Cuore. Ecco che un nemico invisibile sta operando in tutto il nostro mondo costruito e sintetico e lo sta facendo sfumare ed evaporare, come svanisce la bruma lasciando vedere quello che celava, l’essenziale. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, e adesso, più di qualcuno, ne prende atto nitidamente.
Com’erano le nostre vite prima di tutto questo? Non posso parlare per altri, ma sono convinta che ciascuno stesse vivendo e non vivendo almeno “qualcosa”. Qualcosa che era in sospeso o in andamento a rilento e, o, qualcosa che magari stava prendendo il volo a razzo “fino alle stelle”, o attraversando una strenua battaglia. Posso solo parlare per me: progetti, propositi, intenzioni, sogni, desideri, aspettative, aspirazioni, traguardi, idee. E soprattutto, stare il più possibile con certi miei affetti malati con i quali, già da tempo, ogni minuto di ogni giorno è regalato.
Ora però tutto è fermo. 
Ora, però, tutto è vano. 
E mi rendo conto del tanto che c’era, che ho avuto, e che magari non scorgevo.
E ringrazio del poco che ancora rimane, Dio sa per quanto e in quali forme e sostanze. 
Adesso quel poco è tanto assai, ora che mi tocca mantenere le distanze, mi tocca anelare un abbraccio e un bacio, una carezza e persino uno spintone.
Ora che dalle 18:00 in poi si contano i morti e si centellinano i vivi, e si rovista fra il bombardamento di informazioni cercando di setacciare un checchessia di promettente.
Oggi devo fare i conti in me stessa e con quello che mi circonda, mentre una strana desolazione inonda ogni anfratto recondito e stantio. 
Oggi, mi sorprendo a constatare le paure e le fragilità mie e di molti altri, ed è una sorpresa dolce amara, come, ad esempio, quel veder sbucare come funghi anime che, forse destate dal torpore e nel terrore, si affidano a un Dio buono e misericordioso che ci ponga la sua mano presto, e in qualunque modo purché sia celere, efficiente ed efficace.
E mi scatterebbe l’impulso di dire: “Eh! Adesso sì che s’invoca il Padreterno, vero? Perché bisogna toccare il fondo per gridare a Lui, molte volte… Ma Lui c’era anche prima, c’è sempre stato. Solo che, adesso che la scienza fa acqua, che l’economia fa acqua, che la politica fa acqua, che il buonsenso umano fa acqua, che la razionalità e la ragionevolezza fanno acqua, allora, adesso, sì: è il momento di chiamare Dio. O di sfidarlo. O di inveire pretendendo subitaneo soccorso. Già.” 
Mi verrebbe da dirlo, sì. Mentre invece sorrido e mi si dilata il cuore, nel vedere che persone che fino a ieri parevano non contemplare nemmeno la parola “Dio”, ora lo chiamano, ora in Lui sperano e si affidano. Il famoso detto dialettale che “Quando l’acqua tocca il… fondoschiena, è lì che s’impara a nuotare”, a quanto pare, per più di qualcuno funziona. E chissà che sia la volta buona, allora! La volta che impariamo a nuotare in un mare in tempesta che sia però un mare d’amore gli uni verso gli altri. E allora l’amarezza iniziale si fa dolcezza squisita, in questi casi. Si cercano segni, almeno uno. Si cerca una luce nelle tenebre. O un fuocherello che resista nella tormenta. Si cercano risvegli dal peggiore degli incubi. Si cerca un sospiro di sollievo, nel tanto frastornato disturbo e disagio. 
Già, ma che cos’era allora l’agio, prima? 
Era un qualcosa di fatiscente, frivolo o effimero come manciate di sabbia fra le dita, che scappano più si tenta di stringere la presa. Si sopravvive, ora, come stando a guardare la sabbia da una clessidra con la sensazione che qualcuno l’abbia sadicamente rovesciata anzitempo, dimenticando che il tempo non è mai stato alla nostra portata, né sottomesso o eluso alle e dalle nostre condizioni, personali o collettive.
Ecco che un senso di rimorso obbligatorio aleggia costante su tutto ciò che avrei potuto e, dunque, dovuto fare e che ho rimandato. Ecco che un senso d’impotenza globale mi pervade da che apro gli occhi e mi sforzo di rendere grazie sempre e comunque, fino a sera, quando tiro le somme ora per ora, un singolo giorno alla volta. E sorrido amaramente poiché dovrebbe già essere così; doveva. Invece la situazione attuale fa constatare le fragilità assolute e imprescindibili che sussistono alle falde di ogni cosa nella sua essenza e, perché no, in ogni sua irragione. Ecco che qui, l’amarezza prevale, la caccio via però con un’ostinazione primordiale che mi sospinge a sperare ancora più forte, a sperare di vivere ancora abbastanza da poter rendicontare nel mio spirito di non aver ancora vissuto invano. Spero di amare, tutto e molto più di prima, quand’era facile e subdolo selezionare e catalogare inutilmente, egoisticamente. Spero di apprezzare tanto il bene quanto i suoi rovesci, ora come ora, e di non domandare nulla che vada oltre alla realtà delle cose, quella che impone di fissare lo sguardo sulla precarietà, sul disincanto e sulla meraviglia che comunque c’è, c’era ed è sempre stata presente “al suo posto”, e che ancora rimane. 
Per quel che mi riguarda, essere ancora vivi e con il cuore in mano è buona cosa, buona e giusta. La sola che conta, per come la vivo ora, ed anche solo guardandomi intorno. 
In attesa di vedere come saranno le nostre vite dopo che anche questa bufera sarà scemata, un caloroso saluto e un “Forza e coraggio!” a tutti, comunque sia, comunque vada e sarà, senza dare più nulla per scontato, sia perché niente è sicuro sia perché, soprattutto, queste situazioni insegnano, colpendo, senza fare sconti ad alcuno. 
E chissà che i tasselli che non erano ancora stati incastonati bene, si sistemino; nell’abbandono di tante zavorre e falsi veli, ecco che mi auguro che per davvero rimanga il necessario sufficiente per me e per chiunque, per ricominciare. 
Sta a vedere che, alla fine, altro non è che una nuova Genesi? 

Ambra Guzzon è nata a Rovigo e vive in campagna vicino a Cavarzere. Pratica la scrittura da molto tempo, come uno strumento per conoscere se stessa e il mondo. Alla poesia ed alle sue particolarità espressive si è avvicinata più di recente sperimentando, attraverso molteplici variazioni di linguaggio e di misura, un modo di intensità nuova per conoscersi, per conoscere e per cercare di spiegare e di spiegarsi le gioie e le ansie, i piaceri e i dolori del nostro rapporto con la vita di tutti i giorni. Con Apogeo ha pubblicato la raccolta di poesie D’amore e lotte.

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