Il nonsense è una delle figure più belle ed estrose in letteratura e anche nel cinema. Mette in scena l’assenza di senso per smascherare l’assurdo ed esaltarlo al punto da renderlo significato, connessione tra cose e persone.Al cinema ci sono casi illustrissimi come i Monty Python e prima ancora i fratelli Marx. Attori raffinati, eclettici, folli, affiatati tra loro. Tutti portati alla sperimentazione e alla rottura degli schemi. Hanno lasciato sullo schermo momenti insuperabili di paradosso, difficili da dimenticare.

Spiriti sacri che mi sono permessa di evocare solo perché c’era un’ottima premessa per fare di Suburbicon, diretto da George Clooney e in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, un vero film di nonsense: la sceneggiatura dei fratelli Joel ed Ethan Coen.

Ma è difficile tirare fuori un capolavoro da belle note se il direttore d’orchestra non sa dare carattere, temperamento, ritmo e fantasia al pentagramma.

È davvero un’occasione sprecata, perché la storia c’era. Intrigante, succosa, pazza quanto basta e, appunto, predisposta al nonsense. Un peccato per il cast notevole e per il tempo trascorso dall’idea alla realizzazione – i Coen hanno steso la traccia già nel 1986. Non basta la penna folle e fortemente connotata dei due autori di razza – d’altra parte poi Clooney c’ha messo del suo nel testo – non bastano gli attori, Matt Damon e Julianne Moore, non basta il colore saturo che dà tono e carattere ai dirompenti anni Cinquanta e non basta la distesa informe di questa città americana, a misura di uomini e donne per bene, fatta per contenere l’incontenibile.

La regia di George livella ogni cosa, come le casette tutte uguali di Suburbicon, smorza i picchi meravigliosamente folli della storia, fredda l’ironia e accoppa il senso profondo dell’assurdo. Rimane la consolazione di sorridere, ogni tanto, non sai bene se per qualche tocco di stile scappato involontariamente o se per la disperazione che ti coglie davanti a tutto questo spreco.

LOVELESS

Ha invece molto senso Loveless del regista russo Andrey Zvyagintsev. Una storia durissima, esposta pericolosamente alla retorica, eppure narrata con profondità e limpidezza. Non ci sono sbavature fastidiose. Ci sono la Russia di oggi, una famiglia di oggi, i baratri a cui le relazioni umane sono più che mai esposte. C’è un colore cerulo, un’atmosfera siderale che accompagna lo sguardo dentro la solitudine, la paura e l’evidenza. Una coppia che sta divorziando, i corpi e le parole che ormai prendono solo la forma di lame affilate. Tra di loro un figlio di dodici anni ignorato e solo.

Zhenya e Boris sono i genitori di Alyosha. L’hanno avuto per caso e non lo vogliono, è evidente. Nella pianificazione della loro separazione lanciano e rilanciano la custodia del figlio facendo leva sulle reciproche mancanze. Alyosha sente tutto, respira tutto. Loro sono ansiosi di risolvere ogni cosa: vendere la casa, voltare pagina, pensare alle vite con i nuovi rispettivi compagni.

Solo che Alyosha scompare. Tutto parte da qui e ritorna qui. E allora il film diventa una discesa lentissima, ma il precipitare degli eventi è come una morsa che soffoca il petto e lentamente, ad ogni passo, si allenta. So di scrivere parole pesanti e di dare l’idea di aver visto un film cupo come la notte. Ed è vero, è un buio profondo. Però sono uscita dalla sala con la sensazione di aver ricevuto un buon nutrimento.

L’atmosfera crepuscolare non cede neanche per un istante, ma il dolore dei cuori diventa una specie di alfabeto alla ricerca di significato. E la ricerca di Alyosha diventa tutto. Ognuno fa i conti con il proprio abisso e con una certezza: chi non è voluto scompare. Lo stile pulito lieve e profondo del regista e degli attori, bravissimi tutti, mi ha tenuta lì, lucida e presente alle cose.

Annotazioni: dei loro film i fratelli Coen sono anche sceneggiatori, Fargo (1996), Il grande Lebowski (1998), Non è un paese per vecchi (2007) e tanti altri. È loro la sceneggiatura de Il ponte delle spie (2015) di Steven Spielberg. Dei Monty Python segnalo Monty Python – Il senso della vita (1983). I fratelli Marx (Chico, Harpo, Groucho, Gummo, Zeppo) ci hanno lasciato quindici indimenticabili film girati tra il 1932 e il 1957, Gummo però si esibisce solo nei teatri e Zeppo lascia dopo i primi sei film. Loveless ha vinto il Premio della Giuria a Cannes quest’anno ed è candidato all’Oscar per rappresentare la Russia come miglior film straniero. Di Andrey Zvyagintsev è Il ritorno, Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003.

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