Il nostro Francesco Casoni riprende a penneggiare raccontando di prodotti, di gastronomia, di leccornie, ma anche di etica e di storia. Tra episodi curiosi e ironia neanche tanto nascosta, semina dubbi e suscita domande. Si comincia con una puntata dolceamara, come la sostanza di cui racconta. Non perdetevi queste righe.

Nella scorsa puntata, avevamo parlato della querelle sulle origini del tiramisù.
Che sia veneto doc o friulano doc, una cosa almeno è certa: sicuramente non è veneto, né friulano il cacao con cui ne spolveriamo la superficie. Con buona probabilità, infatti, è stato coltivato da qualche parte in Africa occidentale, anche se il suo lontano territorio avito è sempre il continente americano.

Sia gli Aztechi, che i Maya usavano i semi di cacao come moneta per il loro sistema di baratto, ma anche come alimento. Nel 1502, al noto marinaio e sterminatore di indigeni americani, Cristoforo Colombo, gli abitanti di un’isoletta vicino all’Honduras offrirono il xocoatl, la locale bevanda a base di cacao. Era ben più che un segno di accoglienza, dato che la cioccolata in tazza da quelle parti era riservata alle élite e alle cerimonie religiose, ma il navigatore genovese la trovò una vera schifezza.
Fortunatamente, in barba ai gusti dell’ammiraglio, il cacao riscuote presto un successo esagerato in Europa, dove arriva ad inizio Seicento e conquista i cuori e gli stomaci un po’ di tutti, soprattutto nella sua versione dolcificata (dello zucchero, però, parliamo più avanti).
C’è, a dire il vero, qualche perplessità da parte della Chiesa cattolica, che tuttavia finisce per adeguarsi alla nuova moda.

Ed ecco che questi strani frutti americani, da valuta azteca diventano la base non solo per una bevanda calda diffusa in ogni angolo del globo, ma anche per una lunga serie di ricette che più identitarie non si può: ad esempio, il nazionalpopolare salame di cioccolato, la torta tenerina a Ferrara, la torta Sacher del Trentino Alto Adige.

Oppure la gianduia piemontese, che a sua volta deve la propria esistenza alla guerra commerciale dichiarata da Napoleone alla Gran Bretagna e alle sue materie prime, che costrinse i pasticceri torinesi a sostituire parte del cacao con le nocciole.

Per non parlare della Nutella, degli ovetti di cioccolato, delle merendine e di mille altre meravigliose schifezze industriali che hanno reso felice la nostra infanzia e riempito di brufoli la nostra adolescenza.

Oggi, anche se curiosamente il cioccolato è il prodotto svizzero per antonomasia, non risulta che in Svizzera cresca un singolo albero del cacao. I principali paesi produttori di cacao sono invece la Costa D’avorio e il Ghana, che coprono metà del mercato mondiale. Seguono Indonesia, Nigeria, Camerun, Brasile ed Ecuador. Il nostro vegetale è decisamente un tipo cosmopolita.
Varrebbe la pena approfondire anche le allucinanti condizioni in cui lavorano oggi i raccoglitori di cacao, spesso bambini, nei paesi che riforniscono le multinazionali occidentali. Lo ha fatto, qualche anno fa, il giornalista danese Miki Mistrati, con il documentario “The dark side of chocolate”. Vederlo fa passare la voglia di mangiare molte delle leccornie di cui si parlava più sopra. Funziona meglio di una dieta.

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