Riprendiamo dal terzo “Antipasto” del Casoni gastroetnologo. Questa volta si infila in una disfida dolcissima: quella del Tiramisù. Come la risolverà? Leggete, leggete: ché son soddisfazioni sia di gola che di testa.

Per diversi anni a noi veneti hanno martoriato l’animo con la bonaria guerra identitaria tra Veneto e Friuli Venezia Giulia sulla paternità del tiramisù, il delizioso dolce a base di crema al mascarpone.

Forse l’apice del ridicolo fu raggiunto nel 2017, quando i nostri confinanti ottennero il riconoscimento di piatto tipico regionale, rischiando di scatenare un revival della Grande Guerra.
Fortunatamente si scatenò solo la stizza del presidente Zaia (“Prima dovevate chiedere a noi”), cui seguì la piccata replica del Friuli, pronto a ricordare ai permalosi veneti di quella volta che si sono appropriati del “loro” prosecco. Una gazzarra interessante come una cimice che ronza intorno ad un lampadario.

Sia friulana o veneta, questa squisitezza che per anni ho aiutato mia mamma a preparare (montando a neve le chiare d’uovo, intingendo i savoiardi nel caffè e soprattutto leccando la terrina della crema), non potrebbe esistere ed infuocare i campanilismi nordestini, senza due migranti forzati: il cacao e il caffè.

Di quest’ultimo sono imbevuti i biscotti che compongono il piatto. C’è bevanda più italiana del caffè e tradizione più italiana del lamentarsi quanto fa schifo il caffè all’estero? Purtroppo, ben lungi dal crescere spontaneamente sugli altopiani carsici o nella Marca trevigiana, questa pianta ha le sue origini in Etiopia, area da cui ha decisamente viaggiato ai quattro angoli del mondo. Si diffonde inizialmente nel mondo arabo – i primi spacci nascono a Istanbul nel 1555 – e arriva a Venezia nel 1615. Sul finire del secolo aprono i primi café a Parigi, mentre bisogna aspettare la fine dell’Ottocento per avere il primo caffè espresso, questa volta a Torino.

Intanto, sempre nel diciassettesimo secolo, i nostri semini giramondo arrivano in India, tramite un pellegrino induista: due secoli dopo il paese è il primo produttore mondiale. Almeno fino ai tempi nostri: oggi il paese del caffè è il Brasile, dove la pianta approda nel Settecento in seguito a una catena di furti, ciò che oggi chiameremmo “spionaggio industriale”.

Gli olandesi, tra mille peripezie, contribuiscono a diffondere la pianta a Sumatra e Java, oltre che in Suriname. È qui che i francesi, dopo averne chiesto i semi invano, riescono a entrarne in possesso grazie a un furto e lo diffondono in Martinica e nella Guyana francese. Ma a loro volta i francesi finiscono nelle mire dei portoghesi: questi ultimi, dopo aver tentato di ottenere il caffè dietro cortese richiesta, cambiano strategia e mandano in missione il sergente Francisco De Mellho Palheta, che conquista la moglie del governatore della Guyana e riesce a trafugare così i preziosi chicchi. Le doti di seduttore di Mellho Palheta hanno fatto la fortuna del Brasile.

Una guerra, questa, decisamente più divertente da raccontare dei battibecchi nordestini. Ma chissà, un giorno magari i nostri nipoti rivaluteranno pure l’afflato epico delle nostre guerre sul tiramisù e il prosecco.

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