Otto del mattino: bar: caffè: bustina di zucchero. Elementare, quotidiano, assodato. Ma potevamo star tranquilli con Francesco Casoni e le sue ricerche etnoantropogastronomiche? Ovviamente no. Leggete qua cosa c’è dietro quella banalissima bustina di zucchero.

La punta anteriore della lingua è la parte più sensibile al sapore dolce, che le nostre papille gustative classificano in genere come “buono”, per tante ragioni legate all’evoluzione.
E’ un modo un po’ lungo per dire quanto sono buoni i dolci, di cui abbiamo visto un piccolo campionario nelle pagine precedenti. Provate a fare un dolce senza zucchero, però.

In Italia consumiamo in media, ogni anno, 27 chili di zucchero. E’ un ingrediente decisamente comune, che mettiamo nel caffè, nel tè, usiamo per realizzare i dolci o consumiamo in prodotti già pronti.

Non c’è da stupirsi, dunque, se i nostri antenati ne andassero pazzi, al punto da deportare milioni di esseri umani dal continente africano a quello americano, perché lavorassero come schiavi nelle coltivazioni di canna da zucchero.

Questa pianta giramondo nasce molto probabilmente in Asia, considerato che la canna da zucchero si trova in India già un paio di millenni prima della nascita di Cristo. Viene poi coltivata in Cina e, nei secoli, prosegue i suoi viaggi per il mondo.
Nel continente europeo arriva grazie agli arabi (e dai!) nel nono secolo, portata in Spagna meridionale, in Sicilia, a Cipro, a Malta. Infatti gli europei chiamano questa spezia prelibata “sale arabo”.

Con lo zucchero si arricchiscono i mercanti della Serenissima e molti altri commercianti, tant’è che già nel quindicesimo secolo si installano le prime piantagioni alle isole Canarie.
Ma è in America che la canna da zucchero conoscerà il più grande successo, portata già nel 1493 nella colonia di Hispaniola dal solito Cristoforo Colombo. Nel Cinquecento il Brasile diventa il primo produttore mondiale, primato che detiene tuttora.

Dato che le coltivazioni di canna da zucchero sono luoghi troppo malsani per i bianchi, ma anche per gli schiavi indios, che muoiono come mosche, si trova presto la soluzione: deportare milioni e milioni di africani attraverso l’Atlantico, per costringerli a lavorare come braccianti. Oltre a causare un’ecatombe, dunque, la nostra canna da zucchero vagabonda ha contribuito, non certo per sua volontà, a ridisegnare il continente americano anche dal punto di vista della popolazione.

Ma lo zucchero forse più comune oggi nelle nostre dispense è quello bianco, che si ricava dalla barbabietola, ortaggio conosciuto fin dall’antichità, ma solo in tempi recenti associato alla produzione della dolce sostanza. Solo nel 1745, infatti, il primo zucchero viene estratto da una barbabietola dal chimico tedesco Andreas Sigismund Marggraf.

A lanciare la barbabietola da zucchero ci pensa Napoleone, che con il suo blocco anti inglese del 1806 costringe il continente a trovare un’alternativa alla canna da zucchero.
Oggi, comunque, la nostra canna da zucchero vagabonda continua a soddisfare due terzi della produzione mondiale del prodotto.

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