Le storie senza uscita

Quando esco dal cinema e mi restano una sensazione di sospensione, incompletezza, perplessità e anche una certa rabbia, ci metto un po’ a mettermi tranquilla. Soprattutto se del film mi sono piaciute molte cose e sento la frustrazione dei conti che non tornano.

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L’impeto della tenerezza

Tenerezza è una parola bella. È qualcosa che si stende e stiracchia delicatamente sulle persone e sulle cose. Approfitta del silenzio, si intrufola negli occhi socchiusi, tra le mani che si sfiorano, in tutti i luoghi dove vagheggia un’emozione e un’esitazione.

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Libere di disobbedire e amare

Tel Aviv ha una luce bianca. Una luce bianca e un vento che la agita e viene dal mare. Sta nel cuore di Israele, tuffata nel Mediterraneo e sospesa.
Leila Salma e Noor ci vivono. Sono giovani donne palestinesi, sospese anche loro tra una comunità ebraica che domina su tutto e un’ortodossia islamica che le vorrebbe obbedienti.

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Il vano porta oggetti

E finalmente un bel pianto. Uno di quelli torrenziali e pieni, come solo al cinema si possono fare, che tanto non ti vede nessuno perché è buio e ti sentono ancora meno per
via del dolby surround.

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Meno male che Kaurismäki c’è

Se cerco le parole per dare forma al cinema di Aki Kaurismäki trovo sogno, azzardo, colori e ancora sogno. E poi canto e follia. E tutto questo lo ritrovo nel suo ultimo film, L’altro volto della speranza.

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