C’è un film con due attori famosi che è stato girato anche a Villanova Marchesana: si chiama Il grande passo e i due attori famosi sono Giuseppe Battiston e Stefano Fresi. È uscito in agosto di quest’anno e oltre che a Villanova Marchesana è stato girato anche in altre località del Polesine che, come per Villanova Marchesana, ti fanno venire in mente una domanda semplice semplice: ma come ha fatto il regista (che si chiama Antonio Padovan) ad arrivare fin qui? Siccome poi non è la prima volta (qui ha girato anche Carlo Mazzacurati) la domanda conseguente è altrettanto velenosa: ma cosa ci trovano registi importanti a Villanova Marchesana? Io una risposta ce l’ho: qui si capisce cosa sia la metafisica. Davvero: provate a venire nelle ore centrali della giornata, diciamo dalle 10 alle 17 d’estate e dalle 10 alle 16 d’inverno, poco prima dell’imbrunire, quando però quella parte dei 900 abitanti attivi ed in età lavorativa sono via di qua e gli altri, la gran massa di pensionati è per lo più in casa, o talvolta seduta fuori da uno dei pochi bar. Beh, non c’è nulla, ci sono solo case per lo più scrostate, grigie, anziane, che danno un po’ di senso ad uno spazio altrimenti vuoto; eppure questo quasi nulla è pieno di fascino, ed è un fascino che viene da qualcosa che è oltre il fisico (ecco cos’è la metafisica), è un senso che viene da una vita minima eppure densa come dentro i quadri di De Chirico. Questa cosa così schifosamente intellettualistica non l’ho detta a Riccardo Rigotto, il sindaco di Villanova, perché ho la netta impressione che mi avrebbe mandato giustamente in mona, appassionato com’è di questa terra, della sua storia (molto molto antica) delle sue possibilità di sopravvivenza. Rigotto fa cose incredibili per il suo paese, me l’hanno confermato alcune persone che abitano qui; la più incredibile di tutte è che abbia deciso di restarci nonostante una laurea in ingegneria che avrebbe potuto procurargli forse un lavoro importante e redditizio in una grande città: e qui ci ha fatto pure due figlie (che devono fare un bel po’ di chilometri per andare a scuola). Ed è felice. Perché si può essere felici a Villanova Marchesana e non sentire più di tanto le mancanze, visto che le mancanze sono tutto sommato superabili, sono per lo più materiali, cose spicce della vita di tutti i giorni che si possono risolvere con facilità. Certo, non vuol dire essere soddisfatti: mi fa capire, Rigotto, che per essere soddisfatti davvero nell’amministrare un paese come questo bisognerebbe avere la sensazione che politicamente esisti, che conti qualcosa, che chi ha maggiore forza politica ha capito quanto sia importante la sopravvivenza di queste realtà; e bisognerebbe che ai piani alti della gestione dello Stato ci si mettesse in testa una buona volta di fare davvero qualcosa di concreto per farle sopravvivere, queste realtà: fondi, progetti, attenzione, vicinanza “ideologica” (no, non pensate alle ideologie comunemente intese, ma a qualcosa di molto più concreto e umano). Qui di cose ne fanno tante: dialogano con i paesi limitrofi per formare una squadra di calcio per i bambini e i ragazzi; presentano libri, fanno corsi, piccole mostre e molto altro. Ma ancora non basta e bisogna insistere. Bisogna insistere anche per far amalgamare i parecchi stranieri che vengono qui perché le case costano poco e vengono accolti (con molti mugugni, certo); ma bisogna sperare che entrino in qualche modo a far parte della comunità, che non diventino un corpo separato. Non è facile: ma qui il sindaco fa questo (e molto altro, lo abbiamo detto). Per questo qui non vedono molto bene l’idea di fondere tre o quattro piccoli paesi in un unico comune: togli anche sindaco, assessori e il consiglio comunale a questi paesi e gli togli tutto, gli togli un punto di riferimento, anche un tenue orgoglio di comunità legato alla storia: tenue, ma pur sempre esistente. Quindi, Rigotto lo dice con molta convinzione, possono andar bene razionalizzazioni di servizi da gestire insieme, ma fondere i comuni proprio no: significherebbe la morte definitiva di queste piccole comunità. A percorrere lentamente lo splendido argine (e la vigorosa e affascinante golena) questi paesi si vedono dall’alto, se ne vedono i tetti delle case come se ci si stesse staccando da terra e si fosse pronti al volo. Da questa prospettiva è evidente la decadenza ed è conseguente la malinconia. Eppure, da qui, dall’argine erboso e robusto, è anche evidente che una possibilità di sopravvivenza questi borghi ce l’hanno. Schivate per un giorno la città, e immergetevi in questa realtà non con l’occhio dell’entomologo, ma con la passione di chi riesce a pensare che il mondo cosiddetto slow potrebbe diventare anche terribilmente smart e far vivere bene anche qui, in braccio al Po.

(3. Fine)

2 risposte

  1. Un ringraziamento speciale al Prof. Sandro Marchioro, per le generose parole che ha espresso per il nostro territorio e per noi piccoli amministratori.
    Grazie davvero.

  2. Stupendo articolo, finalmente una valida opinione sul talvolta difficile tema degli accorpamenti delle amministrazioni locali, che sa essere al di sopra delle prospettive politiche e che ci ricorda, come ogni tanto sarebbe bene ricordassimo tutti, che siamo soprattutto esseri umani prima che contribuenti o consumatori….
    Complimenti per l’articolo

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