Liana Isipato recensisce “Caro Pier Paolo” di Dacia Maraini, Neri Pozza, 2022.

Dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, capostipite dei romanzi epistolari italiani, all’Herzog di Saul Bellow, considerato uno dei più riusciti romanzi del genere, passando per il delicatissimo Perfidi inganni dello scrittore e giornalista Manlio Cancogni, questo particolarissimo stile letterario si ritrova, oggi, nelle 37 lettere che compongono il libro di cui parliamo. Sono lettere intessute di accadimenti reali, di ricordi, di sogni, di uno spazio di confronto ancora pulsante, ideate dalla scrittrice per trovare -come lei stessa ha affermato- la formula più diretta possibile per parlare del Pasolini con cui ha condiviso una fetta di vita.

Quando Eros non ci mette lo zampino, l’amicizia tra una donna e un uomo può essere la manifestazione più ricca e completa di un sentimento: una grazia lunare, per dirla con le parole della Maraini. È proprio la forza di quest’amicizia sincera che le permette di criticare ancor oggi la posizione sull’aborto di Pasolini, in rabbiosa polemica con chi lo voleva legalizzare. Era forse la sola questione su cui non andavano d’accordo e lei riprende con vigore la polemica per sette pagine! Nessuno sconto, in nome dell’affetto…

Tanti, i confronti, i dialoghi, i temi che la Maraini evoca: il dibattito su ricchezza e povertà, in cui lei gli fa notare che il suo ‘mito’ della povertà contrasta con la realtà di chi, come lui, portava scarpe di pelle, costosi cappelli e viaggiava su una Land Rover…al che Pier Paolo risponde come la povertà delle cose (non la miseria),  che libera dalla schiavitù del possesso sia da considerarsi una benedizione…l’uso dei beni non è segno di progresso se trascura le esigenze profonde che riguardano i rapporti umani, il mondo dei sentimenti, che non vengono soddisfatti dalla comodità del vivere e dalla sicurezza della proprietà.
Un Pasolini attualissimo, a braccetto con Greta.

Ancora, in diversi punti emerge l’attaccamento al lavoro, come durante la collaborazione per la sceneggiatura de Le Mille e una notte, quando nella casa affittata a Sabaudia, assieme a Moravia, mai(!)scesero alla spiaggia, lavorando invece dalla mattina alla sera per ben quindici giorni, con la sola pausa a mezzogiorno per un po’ di pane e formaggio. O come quando, con caparbia insistenza, girovagarono per due giorni, nelle terre africane, per trovare il fumo giusto per l’inquadratura che annunciava, nella Orestiade africana, l’arrivo di Agamennone; rifiutando un fumo ‘finto’, acceso dalla troupe. Finché, “Eccolo!”, quando apparve all’orizzonte un fumo lieve, celestino, delicato e gioioso.

Spesso, i sogni e i pensieri della scrittrice tornano in Africa, perché è lì che si era radicata più a fondo la loro convivenza, a volte anche con altre persone, come nel viaggio con Maria Callas. L’amore è misterioso e tra Maria e Pier Paolo si era instaurato un amore platonico, un rapporto di tenerezza, di ammirazione, di solidarietà e dolcezza. A lei, in una lettera, esprime la sua idea di cinema: “Ma il cinema è fatto così: bisogna spezzare e frantumare una realtà intera per ricostruirla nella sua verità sintetica e assoluta, che la rende poi più ‘intera’ ancora”. Un altro grande amore femminile fu Silvana Mauri Ottieri, cui scrive “Tu sei stata per me qualcosa di speciale e di diverso da tutto il resto: così eccezionale (…) tu sei stata sempre per me la donna che avrei potuto amare, l’unica che mi ha fatto capire che cosa sia la donna, e l’unica che fino a un certo limite ho amato. Tu capisci cos’è quel limite…” E qui si innestano i molti riferimenti alla madre di Pasolini, l’insostituibile Susanna, con i versi amari e bellissimi della poesia Supplica a mia madre, che rivelano un rapporto complicato, che Dacia Maraini sintetizza così: “È difficile da capire, Pier Paolo. Un’anima che per una misteriosa ragione viene data in regalo alla madre, e un corpo vitale e sensuale che viene consegnato ai ragazzi in cui miracolosamente ritrovi te stesso bambino. Possibile che l’eros ti abbia chiuso dentro un cerchio magico così ripetitivo?”. Questo, riconduceva Pasolini a un’angoscia violenta, assoluta, che “ti trapassava come una spada”.

C’è tanto da estrarre, nella miniera di questo libro che scava negli aspetti anche contraddittori del grande poeta (al suo funerale, Moravia gridava: “È morto un grande poeta. Di poeti come Pasolini ne nasce uno ogni secolo”), scrittore, regista, uomo mite e gentile, ma feroce nelle sue indignazioni. Troviamo aneddoti simpatici, pagine di sgomento sulla sua morte, e i tanti misteri che ancora la circondano. Ma l’autrice ha scelto di chiudere con una scena di allegria, con un sogno felice, in cui tutti danzano, seguendo il ritmo dei tamburi. E con le parole “Addio, Pier Paolo, e che la morte ti sia più benigna della vita.
Con affetto, Dacia.”

P.S. Qui troviamo anche una preziosa indicazione su quali libri possano meglio aiutarci a conoscere P.P.P.  Secondo Maraini, sono Amado mio e Atti impuri, arrivando -attrraverso le sue poesie- all’implacabile Petrolio.

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