Dal “Sasso”, un non luogo, o forse un rifugio del mito e di storie ormai irrimediabilmente perdute, inizia il lento andare per le vie di Corbola di Marina Bovolenta, che sosta davanti ad ogni abitazione, interroga i presenti se ancora qualcuno vi dimorasse, indugia davanti ad ogni bottega per riascoltare voci e risentire odori che si sono fissati sui muri ormai ammuffiti e anneriti dal tempo. Una processione della nostalgia dalle molte stazioni troppo silenziose.

“Un paese che vive Altrove. Am’ ricordo…” è il nuovo libro di Marina Bovolenta, che esce a tre anni da “I barcari raccontano i cavallanti”, sempre nella Collana “Le Radici” di Apogeo Editore, giunta al 35° volume in catalogo. Sarà presentato, a cura dell’autrice e di Paolo Rigoni, venerdì 2 dicembre alle ore 20,30 alla Biblioteca Comunale di Corbola.

“Con lo sguardo retrospettivo di adulta – afferma l’autrice – quello stesso mondo, riproposto, oggi mi sembrerebbe grigio e poco interessante, ma la magia di quel regno della mia infanzia mi è rimasta dentro e mi aiuta ad andare oltre la tristezza dei ruderi e delle case chiuse che troppe si incontrano percorrendo le strade di Corbola; la magia di quel vissuto mi fa sperare che una vitalità antica possa rinascere in altre forme, tra le cose abbandonate”.

Afferma Paolo Rigoni nella presentazione del libro: “Il periodo storico nel quale si collocano i ricordi di Marina Bovolenta è compreso in un arco tempo breve, una trentina d’anni non di più, a partire dall’alluvione del 1951 che nel nostro computo del tempo segna un netto discrimine. Se nella storia di Roma, che imparavamo già alle Elementari, si contavano gli anni dalla sua fondazione prima di arrivare a Cristo, nei nostri paesi si conta ante e post Alluviem, prima e dopo l’alluvione, come si sente dire dagli anziani, perché dopo quell’evento tutto cominciò a cambiare ed iniziò l’agonia delle nostre comunità. L’alluvione diede il colpo di grazia alle molte attività artigianali e commerciali, ma il declino era già iniziato con l’introduzione della meccanizzazione in agricoltura prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Dal 1951, molti che erano stati trasferiti ed accolti nelle città non tornarono e da allora iniziò un lento stillicidio di partenze e di addii, una goccia continua, una migrazione che si fece di anno in anno sempre più impetuosa sino a divenire una fiumana inarrestabile…

Le scorribande nelle praterie della memoria sono storie redatte in duplice forma. Vi sono notazioni esplicative, sotto forma di cronaca chiara ed efficace, che accompagnano il lettore alla ri-scoperta dei luoghi del paese: la casa di riposo, l’asilo, la chiesa, il campanile, la stazione ferroviaria, la colonia, la fornace, il monumento ai caduti che altri aveva invidiato per la celerità della inaugurazione. Sono notazioni improntate allo stile giornalistico che si leggono con leggerezza, inducono curiosità e rivelano un certo distacco da parte della narratrice come fosse esterna alla vicenda. Al contrario, appare molto coinvolta nelle composizioni, legate tra di loro dalle note storiche, che costituiscono pezzi assai suggestivi di poesia narrativa. Le immagini, i momenti, le associazioni si presentano alla coscienza come un flusso impetuoso a volte irrefrenabile che sale ad ondate successive. L’autrice costruisce l’intreccio narrativo aumentandone il pathos con la tecnica dell’accumulazione in un crescendo continuo e, se confessa di non aver coltivato la presunzione di pensare a tecniche di versificazione, tuttavia i testi rivelano conoscenza e sapienza stilistica. Frequenti sono l’anafora, l’ossimoro, l’anastrofe, l’inversione; un procedere sincopato che talora sembra pianto. Vi è sentimento di fondo che si carica vieppiù, verso per verso, per giungere poi ad un culmen finale, quasi ad una conclusione improvvisa, inattesa, imprevedibile che si concilia con il tema. Un tono narrativo a volte duro e aspro, a volte elegiaco. E se sono riscontrabili prestiti della letteratura americana, purtuttavia tristezza e malinconia accostano ad un’atmosfera pascoliana e crepuscolare.

Penso che tutti noi con Corbola dobbiamo esser grati a Marina Bovolenta che ha voluto e saputo rendere partecipi i lettori dei suoi ricordi di bambina e di ragazza con questa piccola e grande metafora del mondo, declinato nel ‘900 in tanti minuscoli paesi dell’Italia che ne hanno costituito l’antropologia più verace e struggente. E dolorosa. Un paese ritrovato, allora? Non sappiamo e non possiamo rispondere. Solo di una cosa siamo certi: che ‘paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti’ (Cesare Pavese, La luna e i falò).

…e se hai vissuto altrove, ti consente di tornare.”

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