Sono ancora una volta in ritardo: questa volta è per scrivere qualcosa su Gian Antonio Cibotto, che ci ha lasciati a sorpresa lo scorso 12 agosto.In verità, sono doppiamente in ritardo. Perché già nello scorso autunno, con alcuni collaboratori di Rem, avevamo discusso della possibilità “fare qualcosa” su Cibotto, finché era ancora in vita. La motivazione era un dispiacere, rispetto al quale volevamo fare qualcosa.

Il dispiacere era sapere Cibotto, scomparso dalla scena pubblica e da ogni discorso pubblico, condannato a quella solitudine e quell’oblio che sono tipiche ingiustizie riservate a chi è anziano e malato. Quanto al “cosa fare”, che a questo punto aveva il sapore di una rivolta, avevamo pensato di scrivergli delle lettere, che qualcuno avrebbe potuto leggergli. Chissà se le avrebbe capite.

Ne avevamo raccolte alcune, ma siamo arrivati troppo tardi. La morte di Gian Antonio Cibotto è arrivata prima, a ricordarci che certe cose bisogna farle subito, d’istinto, quando si coglie distintamente che il tempo sta scorrendo.

In questi giorni, su Cibotto hanno scritto autori ben più ferrati e credibili del sottoscritto. Per quanto mi riguarda, confesso che di suo ho letto poche cose, ma le ho adorate, prima per motivi personali, che letterari.

Ciò che ho colto nei suoi scritti – e che probabilmente mi ha coinvolto – era quell’alternarsi tra la vivacità di spirito e la malinconia dello scrittore. Caratteri che si rispecchiano, non a caso, nell’amore per il Delta, un territorio fatto di contrasti spesso netti, brutto e bello contemporaneamente, anch’esso in qualche modo vivace e malinconico allo stesso tempo.

In un’intervista, qualche anno fa, Cibotto diceva che avrebbe voluto concludere gli ultimi anni della tua vita in un paesino del Delta del Po, uno di quei luoghi solitari, in cui non c’è mai nessuno in giro e perfino la chiesa resta sbarrata di giorno. E’ andata a finire diversamente.

Della mia lettera (che a questo punto ho deciso di buttare), conservo ancora solo un auspicio, probabilmente molto ingenuo: spero che almeno quella parte di Gian Antonio Cibotto che da diverso tempo era volata altrove, sia riuscita ad atterrare nel posto in cui sognava di concludere la sua storia.

Foto tratta dalla quarta di copertina di “Cronache dell’alluvione” (Marsilio, 1988)

 

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