Non vediamo l’immensa distesa di Tokyo, non abbiamo alcun sentore dei circa quindici milioni di abitanti che la animano. Al contrario, percepiamo spazi piccoli, angusti, affastellati uno accanto all’altro. Ed è da questo che ci rendiamo conto del tanto, del costipato, dell’essenziale. In questa “moltezza” vivono Ryota, la moglie Kyoto, il figlio Shingo e la madre Yoshiko. È il Ritratto di famiglia con tempesta che il regista giapponese Hirokazu Kore-Eda dipinge come un acquerello e compone come una serie delicata e intensa di haiku.

A Tokyo è in arrivo un tifone, con questo fanno ventiquattro dall’inizio dell’anno. Qualcosa a cui i giapponesi sono abituati. La radio laconica ripete la notizia e raccomanda alla popolazione di mettersi al riparo. Ma la questione sta sullo sfondo, è un refrain ripetuto meccanicamente, un dettaglio che scompone di poco le vite di tutti.

Il tifone è in arrivo e Ryota si muove come un gatto che sente la tempesta ancora invisibile. È uno scrittore, famoso per un romanzo di successo e poi sconfitto dalla vita. Ha una moglie che lo ha lasciato e un figlio che vede una volta al mese. E ha una madre attorno alla quale tutto si muove: la famiglia, i sogni, i bisogni, il tifone.

Ryota vive nella speranza e nell’illusione di scrivere un altro romanzo. E intanto si arrampica su specchi lucidi e scivolosi per sopravvivere, pagare gli alimenti, dare un senso alle cose. Lavora per un’agenzia investigativa pedinando e ricattando, gioca d’azzardo per moltiplicare i guadagni ma quasi sempre perde, non si dà pace per il suo matrimonio fallito e per un figlio che la vita, le circostanze, le sue goffaggini gli portano via. In questa deriva fangosa e senza orizzonti lui è l’unico a restare fermo. Gli altri scorrono.

Perfino la madre, vedova da poco, con due figli inquieti e opportunisti, scorre come un fiume: perché hai buttato via tutte le cose di papà? Avete passato insieme cinquant’anni. Proprio perché siamo stati insieme cinquant’anni posso buttare via tutto.

Yoshiko è una forza della natura, nel senso che è lì radicata come una quercia, flessibile come un giunco, armonica come un soffio di vento, impetuosa come il tifone in arrivo.
È la rappresentazione dell’haiku. Questo antico e meraviglioso componimento poetico che racchiude in pochi versi l’essenziale. Il tanto nel poco. Il grande nel piccolo. L’universo nell’atomo.

Come le case. In questo film si vedono strade e case. Tutte colte nel dettaglio. Soprattutto la casa di Yoshiko è il centro attorno al quale ogni cosa accade. Un appartamento in un edificio come tanti a Tokyo, microscopico ma denso di universo dove ciò che è vitale scorre: l’inchiostro sulla carta, i gesti calibrati per attraversare spazi minimi, le porte le finestre gli armadi, tutti scorrevoli rigorosamente scorrevoli, l’acqua che disseta le piante. E con l’acqua il cibo. C’è molto nutrimento in questa storia. Yoshiko cucina per sé, per i figli, il nipote, la nuora. Ma lo fa con gesti liberi, colmi di possibilità, di scelta.

Così sono gli haiku: universi saturi di vita e natura che scorrono, di nutrimento e di possibilità offerti come pietanze.
Il tifone arriva e coglie la famiglia nella casa di Yoshiko. La tiene stretta nel piccolo universo delle possibilità e lì attende, osserva, riflette, parla, mangia, si scompone e ricompone senza sosta fino al mattino dopo. Ed è un altro giorno per tutti. Soprattutto per Ryota che nella tempesta ha perso e ritrovato tutto. O forse lo ritroverà.

Annotazioni: Ritratto di famiglia con tempesta era in concorso al Festival di Cannes 2016 nella sezione Un certaine regarde. Kore-Eda è autore, oltre che della regia, anche di soggetto sceneggiatura e montaggio. Voglio ricordare altri due suoi film densi e poetici come questo e come questo in concorso a Cannes: Father and Son (2013), che ha vinto il Premio della Giuria, e Little Sister (2015). Il titolo, che mi piace ripetere per l’armonia che scatena, Ritratto di famiglia con tempesta, ha in sé la bellezza di un haiku.

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