A volte capita di sentire profondamente. Un’emozione che ci appartiene, una circostanza che abbiamo vissuto, un pezzo veramente nostro che, per qualche bizzarro motivo, rivediamo in qualcuno o in qualcosa e dobbiamo dirlo.

Ecco, a volte è tale l’emozione che, nonostante la chiarezza di quella densità, non riusciamo a raccontarla, a dargli una forma compiuta. Siano parole, immagini, movimenti. Rimaniamo travolti da quella necessità e tutto si arruffa.

Questa specie di rovo interno diventa doppiamente irritante perché sappiamo bene cosa vogliamo dire, quanto è importante e, tuttavia, ci sfugge la limpidezza, la semplicità, la familiarità.

Mentre guardavo La mia vita con John F. Donovan del regista canadese Xavier Dolan, uscito al cinema, ho sentito addosso esattamente questa sensazione.

Eppure il film mi è piaciuto e non sono delusa. Semmai sono irritata, proprio perché riconosco la verve del regista, la sua capacità di entrare nelle storie, nei luoghi, dentro i personaggi e di farne un magnifico racconto visivo. Ma riconosco anche quella convulsione emotiva o linguistica oppure neuronale che accompagna l’eccesso di materia. La sostanza è di tale abbondanza che non si riesce a contenerla e straripa nel caos.

E però, l’indisposizione è accompagnata da una grande empatia per quella baraonda. Un accavallarsi di frasi e concetti che pulsano e gridano. Da un tale magma c’è sempre da imparare.

Il film ruota, in parte ma non del tutto, attorno al rapporto tra Rupert Turner, un ragazzino di undici anni, rapito corpo e anima dal suo idolo, John F. Donovan, stella televisiva e cinematografica. I due non si sono mai incontrati – anzi, sono separati da un oceano, uno in Inghilterra l’altro negli Stati Uniti – ma, come tanti fan, Rupert un giorno scrive una lettera alla quale John risponde.

Inizia una corrispondenza che finisce per durare anni e che, nonostante la distanza e la differenza di età, stabilisce un legame profondo.

L’intera storia si dipana attraverso il racconto di Rupert, diventato adulto – a sua volta stella del cinema – e procede per flashback di tempo e di spazio. Turner racconta a una giornalista fatti accaduti una decina di anni prima, il loro rapporto epistolare, la vita e la morte di Donovan.

Questa crepa insanabile è, paradossalmente, la forza del legame tra i due. La distanza fisica è l’elemento che aiuta noi a comprendere le loro vite tanto diverse e poi destinate, almeno in parte, a coincidere.

In questo nucleo denso, che sembra ma non è l’intero film, ho sentito l’ansia, il groviglio un po’ troppo pensoso. Un groppo dal quale, però, emerge il resto, capace di rendere La mia vita con John F. Donovan di una bellezza sbilenca, distratta e attraente.

Le esistenze parallele e distoniche di Rupert e John sono colme di solitudine, ma anche di rapporti, legami, conflitti. In questo, soprattutto, Dolan mette il suo. Con una chiarezza palpitante.

Su tutti viaggiano, come fossero bagagli sistemati nello stesso scompartimento, le due madri. Ingombranti e adorabili, desiderate e detestate, belle e stanche. Splendide, incantevoli con i volti di Natalie Portman e Susan Sarandon.

Forse il punto è che Xavier Dolan questa volta ha fatto un grande, inutile, giro per arrivare esattamente dove voleva e dove arriva sempre, come per un richiamo. Ai legami familiari, quelli che ci danno la vita e che allo stesso tempo ci stordiscono. Alla necessità di riconoscerli e di svuotarli.

Come le zavorre gonfie di sabbia. Lasciate andare, poco a poco, fanno salire le mongolfiere su, fino a distinguere il paesaggio e la mappa del nostro sentire.

Annotazioni: Xavier Dolan, il ragazzo prodigio di Montréal. Non è solo regista, è sceneggiatore, produttore, attore, scenografo. Dei suoi film ne cito due: Mommy (2014), con il quale ha vinto il premio della giuria a Cannes; È solo la fine del mondo (2016), premio speciale della giuria sempre a Cannes e tre César. L’amore familiare, la passione, la sessualità, il rapporto supremo e insoluto con una madre, tutto scorre nei suoi film come un fiume in piena.

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