Non una recensione, quella di Liana Isipato, ma ‘un libro in pillole’, tratte dall’avvincente biografia di Lyndall Gordon “Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson” (2010), Fazi Editore 2012.

Emily Dickinson, “assente” in vita dalla vita pubblica, visse da un certo punto in poi raccolta nella sua stanza, che identificò come lo spazio della sua libertà. Basta “girare la chiave”, ed “ecco la libertà”, spiegò alla nipote Martha; e intendeva non quando la chiave apre la porta, ma quando la chiude alle spalle.

La sua preghiera era: “Dio tienimi lontana da quella che chiamano vita domestica”

Il padre di Emily, Edward Dickinson, non fu mai visto ridere.

Quando posava per le fotografie: “Potrebbe sorridere – un poco?”, chiedeva il fotografo. “Sto – sorridendo”, replicava Mr Dickinson attraverso le mascelle serrate.

Elizabeth, l’autoritaria sorella più giovane del padre, registrata alla nascita come maschio, fu definita da Emily “l’unico maschio della famiglia appartenente al genere femminile”.

Ai rispettivi ventinove e trent’anni i coniugi Dickinson avevano già iniziato una vita di astinenza sessuale. Alcuni anni dopo, Emily fu molto divertita nel vederli, una domenica, seduti in salotto, eleganti, “leggendo delle carte, come se volessero essere sicuri che tra di loro non ci fosse niente di fisico”. Era una famiglia controllata e questo ebbe sicuramente delle ripercussioni sui loro figli, che manifestarono, in seguito, stravaganti passioni.

Emily, come Emily Brontë prima di lei, preferiva la cucina ai lavori domestici, perché cucinare e occuparsi del giardino completano la vita della mente con un genere di creatività più pratico.

Nonna Gunn (la nonna paterna di Emily) era acida e di brutto carattere, e le generazioni successive dei Dickinson tendevano a scusare i loro accessi d’ira dicendo che era nonna Gunn che in quei momenti “veniva fuori”. Chissà che Emily non giochi proprio con questa eredità esplosiva nel verso “La mia vita era stata come un fucile carico” (poesia 754 dell’edizione Johnson).
Il nome inglese del fucile è gun.

Negli anni della sua formazione, tra i dieci e i venticinque anni, Emily abitò in una nuova casa, spaziosa, bianca e rivestita di legno. La sua stanza dava sul cimitero. C’erano funerali quasi ogni giorno. Dopo ogni funerale assisteva alla sepoltura e si chiedeva quando la Morte sarebbe venuta a prendere lei.

“Abbiamo una scuola molto bella”, disse a un’amica. “Ci sono 63 alunni. Io ho quattro corsi. Faccio filosofia, geologia, latino e botanica”. Molte immagini, nelle poesie di E.D., sono tratte dalla geologia – vulcani, terremoti, barriere coralline, quarzo – senza contare che nutrì sempre una passione per le piante.

Una volta Miss Lyon (fondatrice del College che per primo volle fornire un’elevata educazione alle donne, e ancora al suo posto quando vi arrivò Emily nel 1847) chiese a tutte le ragazze che volessero diventare cristiane di alzarsi. Emily rimase seduta – e fu l’unica, dice la leggenda. “Pensavano che fosse strano non alzarsi”, disse alla famiglia quando riferì l’episodio. “Io pensavo che una bugia sarebbe stata anche più strana”.

Emily Dickinson aveva verso il matrimonio lo stesso atteggiamento tenuto nei confronti della religione come istituzione: “sposarsi” significava “seppellirsi”. Respingeva gli uomini definendoli “stivali e baffi”. Sposarsi avrebbe anche significato perdere la libertà di seguire il proprio ritmo naturale; nessun marito avrebbe sopportato le sue abitudini come faceva il padre. C’era l’esempio della poetessa Julia Ward Howe, ridotta al silenzio dal marito che le diede un ultimatum: se avesse continuato a pubblicare poesie in cui la vita domestica appariva “un destino terribile e strano” avrebbe rotto il matrimonio e si sarebbe portato via i bambini. Quest’ultima minaccia costrinse Mrs Howe alla resa.

Dai 47 ai 50 anni Emily provò a immaginarsi dentro un matrimonio. Nella casa stregata della sua immaginazione, uno sposo saliva in camera sua a mezzanotte. Lui è il suo “futuro” poetico. Nessuno sposo ordinario poteva competere con il rumore dell’eternità. Un rumore che sentì arrivare tutta la vita.

Tra il 1860 e il 1863, a poco più di trent’anni, E.D. aveva scritto 663 poesie. Tra queste alcune delle sue migliori, come “La mia vita era stata come un fucile carico”, composta alla fine del 1863. La produzione forsennata di quei quattro anni sfornò più di un terzo della sua opera completa.

Scrive l’autrice del libro, Lyndall Gordon: “È un errore cercare di rintracciare la figura della poetessa in tutte le sue poesie; la vera sfida è trovarci noi stessi. Il poeta chiede una risposta, una reciprocità, un atto complementare di introspezione. Perché la poesia funzioni veramente dobbiamo completarla con i nostri pensieri e le nostre emozioni”.

Bevvi una sola sorsata di vita.
Vi dirò quanto la pagai:
precisamente un’esistenza.
È questo il prezzo sul mercato, dicono.

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