Com’era il Polesine nel Medioevo? Che panorama avrebbe se non ci fossero le idrovore a tenerlo asciutto? Nel nuovo numero di REM, in edicola tra una decina di giorni, un articolo di Marco Barbujani offre una suggestiva ricostruzione.

Per la prima volta, infatti, è stato ricostruito l’aspetto fisico della provincia di Rovigo in assenza dell’uomo – o quasi – utilizzando un metodo particolare. Gli abbiamo chiesto qualche anticipazione di ciò che racconta nell’articolo.

Com’era il Polesine nel medioevo?
Era un ambiente più diversificato rispetto ad oggi. La mappa a destra è un piccolo anticipo della ricostruzione di tutta la provincia, che uscirà su REM a dicembre. Nella zona tra Castelmassa e Badia si possono vedere molte paludi, che sfumano in boschi umidi e foreste via via più asciutte.

Era davvero così? Come ci si è arrivati?
Sono state incrociate mappe antiche e moderne per capire in che aree può raccogliersi l’acqua e dove invece rimane asciutto (immagine al centro). La ricostruzione proposta sembra confermata da molte mappe storiche, zona per zona, con corrispondenze spesso evidenti. Le più interessanti verranno mostrate sul numero di REM in uscita.

A cosa serve uno studio del genere?
Lo studio ha diverse applicazioni, che vanno dalle indagini storiche alla gestione del territorio. Ad esempio: sappiamo tutti che il Polesine era tèra e aqua; però adesso possiamo finalmente vedere com’erano distribuite in passato. Sapere dov’erano le paludi può aiutare a capire dove potrebbero esserci ristagni o allagamenti in futuro.

riassunto

La ricostruzione del Polesine medievale (destra) è il risultato di un confronto tra dati moderni e storici, che in molti casi tendono a coincidere. Ad esempio, ci sono alcune corrispondenze tra le aree più soggette a ristagno (centro, in blu) e le paludi in una mappa di fine ‘700 (sinistra, in rosso).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *