Quando l’auto che lo ha caricato sulla sponda arriva alle porte di Seul, Nam Chul-woo chiude gli occhi. Li tiene stretti stretti e si rifiuta di aprirli, non vuole vedere niente del mondo che sta al di sotto del 38° parallelo.

Nam è un pescatore nordcoreano e vive in un villaggio a ridosso del confine con la Corea del Sud. Tutti i giorni lancia le reti e poi va a recuperare la pesca. Un giorno il vento tira verso sud e la rete si impiglia nel motore. Nam non governa più il timone e il groviglio di fili, ma la barca è tutto ciò che possiede per vivere e dare da mangiare alla sua famiglia e non la lascia. È a un passo dal confine alla deriva, supera il limite e passa oltre. Le guardie del suo paese lo vedono sconfinare e restano in bilico tra sparargli o dare l’allarme, quelle del sud lo avvistano e lo prelevano all’istante. Inizia così Il prigioniero coreano, film del regista Kim Ki-duk girato nel 2016 e uscito solo ora nelle sale.

Oltrepassare una linea immaginaria non sembra decisivo. Nam scivola sulla barca e il confine è tirato da una riga a filo d’acqua. Eppure questa traccia invisibile è un muro e ai lati del muro ci sono due mondi opposti incredibilmente simili e contigui.

Kim Ki-duk si mette lungo quella linea e osserva due stati divisi e lacerati, due territori che costantemente si scrutano, controllano, accusano. Prima di tutto però Il prigioniero coreano è la storia di un uomo. Un uomo che sconfina e, suo malgrado, diventa il perno di quella lacerazione profonda.

Il suo sguardo, fedele alla nazione e al presidente, Kim Jong-un, definito guida suprema della Corea del Nord, si spacca. Questo non accade in un istante, anzi, Nam è determinato ad evitarlo con l’unico strumento che ha, gli occhi.

Un espediente meraviglioso che Kim Ki-duk mette nelle mani di Nam e che diventa il punto centrale della storia. Con gli occhi caparbiamente serrati vive l’illusione che meno vedrà meno sarà costretto a riferire quando tornerà nel suo paese. Non voglio vedere, non voglio sapere. Se non so, non potrò rispondere alle domande che mi faranno.

Quando Nam viene accolto in Corea del Sud siamo quasi rassicurati, è in un paese libero, avanzato, dove i cittadini sono tutelati da una costituzione che garantisce diritti e doveri. Nam però è terrorizzato perché sa di essere uno strumento.

Ha una guardia del corpo con il compito di sorvegliarlo e proteggerlo. E infatti Oh Jin-woo si prende cura di lui e, soprattutto, è l’unico a credergli. Perché Nam deve difendersi dall’accusa di essere una spia, tutti presumono che lo sia. E anche quando diventa evidente che a portarlo lì è stato solo il caso di una corrente sbagliata e di una rete impigliata, deve difendersi dalla diserzione. Se non sei un nemico, il nostro compito è salvarti. Dimentica il nord, qui sei in un paese libero.

Nam però è tenace. Non ha fatto nulla, vuole tornare a casa. Viene interrogato, tormentato, torturato. Si ritrova a vagabondare in una Seul assordante, luccicante, rutilante e, infine, il suo restare fermo e serrato vince, lo lasciano andare. Non ha nessuna gioia nel cuore perché ha visto e al nord, dovrà dimostrare di non essere un traditore. Prelevato dalla polizia, si ritrova come al sud, seduto a un tavolo, davanti a un volto di pietra che lo costringe a raccontare, confessare, dimostrare la sua fedeltà alla patria.

E a scrivere. Per tutto il film Nam scrive e riscrive la storia della sua vita e ogni volta, per un dettaglio diverso, una sfumatura in più, deve ricominciare. Quanto può resistere un uomo?

È straordinario il modo in cui Kim Ki-duk disegna sul volto, sul corpo e sui gesti di Nam tutte le lacerazioni di un popolo. Ci prova Nam a non farsi annientare, ci prova con gli occhi serrati. In una sequenza bella e struggente Oh riceve l’ordine di portarlo al centro di Seul e di abbandonarlo, perché scopra il fascino della libertà e si lasci tentare dalla diserzione. Nam resta al centro di una via trafficata, solo e disperato con i suoi occhi chiusi. E non li vuole aprire. Diversi poliziotti lo controllano a distanza ma nessuno interviene. È alla deriva come la sua piccola barca che ha sconfinato e non voleva farlo.

Ma poi gli occhi deve aprirli. Come può evitarlo? Allora Nam vede qualcosa che è evidente solo alla sua purezza, vede la libertà incastrata tra cose inutili e affanno. Non li chiude più gli occhi e non lo fa neanche quando torna al nord… Quanto vale lo sguardo di un uomo?

Annotazioni: con il film Ferro 3 Kim Ki-duk ha vinto il Leone d’argento per la miglior regia a Venezia nel 2004. Nel 2012 con il film Pietà ha conquistato il Leone d’oro, mentre Il prigioniero coreano nel 2016 ha aperto, sempre alla Mostra del cinema di Venezia, la sezione Oltre il giardino. Kim Ki-duk è sudcoreano.

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