Cinque anni fa ci lasciava Luciano Bombarda, anche se il Po ce ne avrebbe restituito il corpo solo un mese dopo. Perché ricordarlo, a distanza di un lustro?

Non certo per commemorarne la bella persona, il buon cuore, la capacità oratoria, l’impegno civile. Tutte cose vere e sacrosante.

Luciano non era un intellettuale di professione. Non era un insegnante, uno scrittore, un giornalista. Nella vita faceva tutt’altro e si divideva tra il suo lavoro – titolare di un’impresa di materiali per l’edilizia – e la sua passione civile.

Dall’impegno politico è passato a quello civile, prima come attivista di Emergency, poi come fondatore e colonna portante dell’associazione Il Fiume. Con quest’ultima, dopo aver iniziato promuovendo incontri con personalità della cultura e dell’impegno civile, si è poi dedicato anima e corpo ad una ricerca, direi pionieristica, sugli ebrei internati in Polesine e poi destinati ai campi di sterminio nazisti. Ricerca che, purtroppo, ha visto la luce solo dopo la sua morte.

Non era uno storico, Luciano, eppure ha saputo ricostruire con passione, attenzione ed emozione alcune vite che hanno calpestato il suolo della nostra provincia, negli anni del Fascismo e del Nazismo. La sua ricerca ha riportato alla luce storie e vicende, altrimenti destinate all’oblio.

Luciano era luci ed ombre, certo, e la sua uscita di scena l’ha confermato. Ma se c’è una ragione per ricordarlo a distanza di cinque anni è forse proprio questa testimonianza di come la cultura non debba necessariamente appartenere a una ristretta cerchia di dotti, letterati, storici o studiosi. Come, al contrario, anche un venditore di cemento possa mantenere viva la storia e la memoria.

Non da solo, certo, ma unendo le forze con altre persone, animate dalla stessa passione. Mettendoci l’entusiasmo. E sbarazzandosi di quel fardello di scuse che ci porta ogni giorno a non fare, a rimandare a domani, a lasciare che siano gli altri – la famosa cerchia ristretta – a occuparsene per noi.

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