Le riprese di “Delta”, seconda opera cinematografica del regista Michele Vannucci, sono da poco terminate nel Delta del Po. La storia è uno scontro cruento tra pescatori e bracconieri che vede come protagonisti Alessandro Borghi e Luigi Lo Cascio.

Michele Vannucci, giovane regista romano, sta girando un nuovo film e la maggior parte delle riprese si sono svolte qui: tra il Delta del Po e il suo entroterra. Ha scelto di raccontare una storia particolare, di attualità, la storia di un duello tra pescatori e bracconieri e lo scenario è proprio il nostro Delta. Osso, interpretato da Luigi Lo Cascio, cerca di difendere il fiume dalla pesca senza regole della famiglia Florian che è in fuga dal Danubio. Con i Florian c’è Elia, interpretato da Alessandro Borghi. Lo scontro tra i due, violento e senza riserve, in una terra selvaggia, fredda e umida, avvolta da fitte nebbie, è al centro del film.

È ormai da qualche anno che Michele perlustra il Delta, dopo esserne stato affascinato. Credo che abbia iniziato ad “annusare” questi luoghi, ancora prima di capire cosa avrebbe voluto farne, intendo ovviamente a livello cinematografico. Michele osserva molto e parla poco, è come se girasse scene già con lo sguardo, come se si nutrisse, alimentasse e saziasse di ciò che incamera con gli occhi.

Nel 2016 ci siamo conosciuti in seguito a delle sue ricerche in rete. Si stava già documentando ed era incappato in alcuni articoli di REM sul territorio, per questo ci ha contattati.
Ricordo una sera in cui ci incontrammo qui ad Adria e in quell’occasione gli presentammo Danilo Trombin e Vainer Tugnolo, due collaboratori della rivista, esperti conoscitori del Delta che hanno poi continuato ad accompagnarlo in molti suoi viaggi di perlustrazione.

Il 2016 è stato anche l’anno in cui è uscito il suo primo lungometraggio “Il più grande sogno” Kino Produzioni, un film intenso e sincero che narra una storia di riscatto e di valori umani, melodrammatica e comica al tempo stesso; una storia vera che diventa fiction semidocumentaristica e che vede come attori, professionisti e dilettanti amalgamati in modo fluido e coerente. Già lì, come per questo secondo film in produzione, la scelta è un bravissimo e impeccabile Alessandro Borghi nei panni di Boccione che recita a fianco di un Mirko Frezza carismatico e potente, anche se alle prime armi, interprete di sé stesso. “Il più grande sogno” vince il Premio Solinas Experimenta, ottiene una candidatura ai Nastri d’Argento e una a David di Donatello, come miglior opera prima, più numerosi altri riconoscimenti in seguito. Tra un film e l’altro, nel 2020 è uscita anche una sua seria televisiva, “Mental”, che affronta i disturbi mentali degli adolescenti.

Conversazione con Michele Vannucci

Il tuo primo film “Il più grande sogno” che ho visto più volte e molto apprezzato, è una storia vera, la storia del riscatto umano di Mirko Frezza ed il reportage di un centro di aggregazione e banco alimentare da lui creato nel quartiere la Rustica di Roma. Il tutto è romanzato, ma resta molto fedele alla realtà, tanto che ti sei trasferito con la troupe e hai vissuto per mesi in questo posto e che diverse riprese sono scene vere di quotidianità, senza nessun intervento fittizio. Cosa ti affascina della realtà e a quale punto per te è importante un inserimento di finzione?

Le storie che scrivo nascono da situazioni reali, questo perché mi stupisco di ciò che vedo, di persone, di luoghi, di situazioni. Spero sempre che lo spettatore, proprio come me, si meravigli di quel che vede. Ricordo spesso una frase molto bella che disse un mio professore al Centro Sperimentale di Cinematografia: “Il racconto è lo spazio che intercorre tra qualcosa che accade e gli occhi di chi la vede accadere”, e questo rappresenta il rapporto che c’è tra la realtà e la mia fantasia. Il bisogno di romanzare la storia nasce per esplicitare ciò che della realtà risuona di me. Alcuni fatti de “Il più grande sogno” sono realmente accaduti, ma il personaggio di Mirko, la sua famiglia, il suo percorso emotivo sono sentimenti e relazioni che mi appartengono: “Il più grande sogno” non è la biografia di Mirko ma una mia cronaca del suo percorso. L’unità del sentimento è sempre di chi la scrive, perciò è necessario romanzare, stravolgere la realtà per raccontare un nucleo tematico. Raccontare è un gioco, ci si appropria della realtà che diventa stimolo per costruire una storia.

Quello che vuoi raccontare è tutto pensato e/o scritto prima o questo modo di fare cinema che nasce da situazioni reali richiede improvvisazione? In “Delta”, il tuo nuovo film, la tecnica è la stessa?

Per girare “Il più grande sogno” sono stato ospite nella vita di altri cercando di trovare la mia. Partendo da quella realtà mi sono sentito libero di giocare con l’improvvisazione. L’improvvisazione è un modo per abbandonare il controllo e lasciare fluire la scena. Ogni attore che improvvisa è costretto a sentirsi nudo, è costretto a comunicare in modo autentico con il pubblico. In “Delta” sono i luoghi, i panorami, la natura a dettare l’improvvisazione. La piena o la secca di un fiume, la pioggia o il sole, un volo di uccelli o una nebbia fitta possono cambiare una scena. Questo modo di lavorare mi rende più fragile e più esposto a quello che succede, perciò emotivamente più vivo.

Gli attori del tuo primo film sono in parte veri professionisti, in parte dilettanti, spesso persone prese sul luogo dove hai girato. Lo scorrere della storia è comunque armonico e senza sbavature. È difficile lavorare così? Con gente comune e attori che recitano assieme sul set?

È impossibile lavorare con attori dilettanti e professionisti, se come regista vuoi avere il controllo. Se invece decidi di lavorare cercando di creare le premesse, perché quello che vuoi far accadere accada, è possibile. Il non attore costretto a fare qualcosa si smaschera, perché non ha il mestiere dell’attore. Ma se le condizioni in scena si adattano a quello che si sente di fare quella persona, allora tutto diventa naturale. Questo vale anche per attori professionisti come Alessandro Borghi, Milena Mancini, Vittorio Viviani: in una situazione più libera, non si differenziano dai non attori, e così la varietà dei livelli professionali si amalgama.

Questo modo “senza controllo” di fare regia che mischia attori e gente comune è una tua prerogativa stilistica che ripeti o ripeterai? Hai scelto di fare la stessa cosa anche in “Delta”?

Giocando con la realtà, con l’improvvisazione, il lavoro cinematografico smette di essere l’opera di un autore, diventa opera corale e questo è quello che accade anche in “Delta”. Preferisco condividere il racconto, mettere davanti alla cinepresa persone reali in ruoli più o meno importanti e lasciar fare a loro. Perdere il controllo. Anche per “Mental”, la serie televisiva uscita a fine 2020 su Raiplay, sono occorsi mesi di vita vissuta a stretto contatto con la malattia psichiatrica che volevo raccontare e quella preparazione è stata indispensabile per rapportarmi a quella realtà specifica, fino ad acquisirla come qualcosa di personale. La sentivano addosso gli attori, dovevo averla addosso anche io. È un lavoro di scoperta, che vive dell’addentrarsi nelle storie.

So che attraverso l’uscita de “Il più grande sogno” hai fatto anche del bene. Oltre a mettere in luce il centro di aggregazione di Mirko e il suo operato, hai fatto recitare attori dilettanti, persone disagiate che frequentavano il luogo. Per alcuni fare l’attore è diventato un mestiere. C’è una parte di scelta voluta in questo? Nel fare del bene, intendo, tema molto centrale anche nel film stesso?

Non ho iniziato la preparazione de “Il più grande sogno” pensando che alcune persone potessero diventare attori veri, però è interessante vedere come mettendo in luce alcuni lati di un essere umano che nessuno ha mai visto o notato, questi assumano valore. Serve a capire che nel cinema c’è fame di attori nuovi, di persone vere. Credo che talvolta mettendosi in ascolto della realtà possano arrivare dei doni inaspettati, enormi.

Il Delta del Po, un tempo scenario per registi famosi come: Visconti, Antonioni, Rossellini, Soldati, Montaldo, Avati, Vancini, Mazzacurati, ed ultimamente per registi come Padovan, Cupellini e te, cos’ha, oltre alla natura e allo spazio, di così tanto affascinante per i registi in genere ed in particolare per te? Sotto che aspetto lo vedremo attraverso le riprese del tuo film? Com’è nata l’idea?

Il Fiume, e in particolare il Delta, è uno dei più grandi rimossi dell’immaginario italiano degli ultimi anni. A parte Mazzacurati, dopo gli anni settanta questi luoghi sono stati messi da parte. Il fatto che diversi registi ultimamente scelgano il Delta del Po, se non è pura casualità, credo sia una specie di riscoperta dell’immaginario fluviale. Almeno lo è stata per me. Un mondo nuovo, melmoso, paludoso, selvaggio, dove ci si rapporta con lo spazio, l’orizzonte infinito, dove la terra si mischia all’acqua, con un cielo aperto che sovrasta e accerchia, attraversato da stormi di uccelli. Il Delta è una zona molto selvaggia, indomita che si espande per chilometri e chilometri e appare come un miraggio in questa quotidianità così antropizzata. Mi sono innamorato del luogo e degli scenari. Questo è stato uno dei motivi per cui ho iniziato la scrittura del film. Poi ho intervistato la gente del posto, ho chiesto loro di raccontarmi storie. L’idea di sviluppo di “Delta” è perciò la stessa de “Il più grande sogno”. Ho giocato con la comunità per poi scrivere un mio racconto.

Cos’è fare cinema qui in Italia ai giorni nostri? E com’è stato il tuo percorso nel cinema?

In Italia vantiamo un pubblico che non vede l’ora di tornare nelle sale cinematografiche e questo significa che il cinema è riconosciuto come qualcosa di necessario, un bene comune, tant’è che anche con la pandemia si continuano a girare film. Per quanto mi riguarda, mi ritengo molto fortunato. A diciannove anni, quando ho fatto domanda al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, non avrei mai pensato che mi prendessero, di riuscire a fare questo lavoro. Invece ho avuto per tre anni l’opportunità di studiare e fare cose belle; sono riuscito a girare il mio primo film, che è arrivato a Venezia, uno dei Festival più importanti del mondo; ho potuto vincere premi e addirittura un Nastro d’Argento; ho avuto accesso alla televisione con una serie tv, “Mental”, e sto girando il mio secondo film, “Delta”.  Tutto questo è avvenuto in maniera organica.
Una cosa importante da dire a quelli che vedono il mondo del cinema lontano e vorrebbero avvicinarsi è questa: se uno ha voglia, un po’ di talento e un po’ di fortuna, a volte le cose succedono.

Michele Vannucci è nato a Roma, nel 1987, è regista e autore di spot, documentari e racconti di finzione. Nel 2012 si diploma in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 2013 è finalista al Premio Solinas Documentari con Cenerentola è di Napoli, racconto di formazione ambientato nella scena neomelodica napoletana. Nel 2015 realizza il cortometraggio Una storia normale, documentario creativo biografico, cui è ispirato il suo film d’esordio, Il più grande sogno – I was a dreamer. Nello stesso anno vince il Premio Solinas Experimenta 2015. Nel 2016 il film è in concorso al 73° Festival di Venezia – sezione Orizzonti. Nel 2017 è candidato al David di Donatello come Miglior Regista Esordiente. Il Più grande sogno è premiato con il David Future Award, come film più innovativo. Nel 2017 vince il Nastro D’Argento – Borsa di Studio Siae per nuovi sceneggiatori. Il Più grande sogno è premiato con il Nastro d’Argento come Miglior attore non protagonista ad Alessandro Borghi. Nel 2017 è selezionato per fare parte di Berlinale Talents al Festival di Berlino. Nel 2020 dirige la serie tv Mental, prodotta da RaiFiction. Dal 2018 è impegnato nella scrittura e preparazione del suo secondo film, Delta, un western contemporaneo ambientato lungo il Delta del Po.

Delta è l’opera seconda del regista Michele Vannucci con protagonisti Alessandro Borghi e Luigi Lo Cascio. Nel cast troviamo anche Emilia Scarpati Fanetti, Greta Esposito, Marius Bizau, Denis Fasolo e Sergio Romano. Scritto da Massimo Gaudioso, Fabio Natale, Anita Otto e Michele Vannucci, Delta è prodotto da Matteo Rovere e Giovanni Pompili, una produzione Groenlandia e Kino Produzioni con Rai Cinema, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e il supporto di Emilia-Romagna Film Commission. La fotografia del film è di Matteo Vieille, la scenografia di Laura Boni, i costumi di Valentina Rossi Mori, il Make-Up di Roberto Pastore, l’hair stylist di Donatella Borghesi e il montaggio di Francesco Di Stefano. Le riprese di “Delta” dureranno circa sei settimane e si svolgeranno nel Parco del Delta del Po in Emilia-Romagna nelle zone di Comacchio, Goro, Mesola, Codigoro, Argenta, Ravenna, a Tresigallo (Fe), Ferrara, Berra (Fe), inoltre Polesine Camerini, Porto Tolle, Santa Maria in Punta (Ro) e sul Delta del Danubio in Romania.

2 risposte

  1. Magnifica. Spero di poter vedere presto quest’opera… dobbiamo anche noi ri-appropriarci dei nostri spazi. La sala cinematografica, mi appartiene come luogo, fin dalla mia giovinezza. La cinematografia è “la camera dei sogni di ognuno”… e la passione fa il resto…
    Grazie Alberto C

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