Daniela Gambaro vive a Roma, ma è di Adria. L’ho incontrata grazie ad un amico nel 2013, nei giorni in cui il film “Zoran, il mio nipote scemo”, del regista Matteo Oleotto, si faceva conoscere alla Mostra del cinema di Venezia, oltre che per i suoi meriti, anche per l’insolita trovata di aver ricreato per il pubblico del Lido, in linea con i luoghi e le ambientazioni del film, una sorta di osteria con prodotti realizzati in casa come nella tradizione delle Osmize carsiche.

Lei, di questo film, assieme al regista ed altri due sceneggiatori: Pier Paolo Piciarelli e Marco Pettenello, ha curato soggetto e sceneggiatura. Daniela si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Padova, ha frequentato il corso di Sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e lavora per il cinema e la tv.

La rivista REM, con Cristiana Cobianco in prima linea, aveva così dedicato a Daniela, a Zoran e al suo lavoro di sceneggiatrice le prime pagine e non solo; grazie a Daniela, era riuscita a far arrivare ad Adria il film, il regista, e addirittura il produttore con un carico di vino per ricreare un’autentica Osmiza all’interno del locale “Il Pozzo dei Desideri”.

Quando nascono e si vivono belle cose spesso si instaurano legami e con Daniela ho iniziato a incontrarmi ogni volta che è tornata ad Adria. Nel tempo ho conosciuto il marito, tra l’altro pure lui impegnato nell’ambito cinematografico, è nato un figlio, poi la seconda, abbiamo scambiato risate, aneddoti, condiviso amicizie, racconti di vita, di cinema e scrittura. Fino alla bella sorpresa di “Dieci storie quasi vere”, cioè alla pubblicazione di questo libro di racconti, edito da Nutrimenti, che è entrato nella cinquina dei finalisti al premio Italo Calvino 2019 ottenendo una menzione speciale.

Leggere questi dieci racconti, che hanno saputo mixare acute capacità descrittive e introspettive per farle sfociare in elaborazioni quasi psicoanalitiche, – ciononostante di una semplicità disarmante – e in contenuti che riescono a mantenere un equilibrio al limite, ma perfetto, tra realtà e fantasia, accomodandosi senza forzature e senza affanno nella quotidianità, è una cosa sicuramente da fare.  Sono dieci racconti conditi da una scrittura sapiente, mai rigida, anche eclettica, curata, a tratti poetica, che a volte riesce a sorprendere e a volgere verso finali aperti o inaspettati. Anche le cose più tristi e dolorose non contengono rabbia o difesa, non urlano, mantengono quell’aria un po’ sorniona e fatalista e quell’approccio alla vita dal pensiero laterale che permette sempre di sopportare anche le batoste peggiori nel modo migliore.
A volte penso che non sia corretto parlare di scrittura autobiografica quando l’autore racconta la storia della propria vita, perché non si tiene conto che ci si mette molto più a nudo in ciò che viene scritto senza raccontarsi. Ecco, in questi racconti io riconosco Daniela: vedo tra le righe le espressioni del suo volto, sento il tono della sua voce nei dialoghi, percepisco la sua andatura, e riconosco inoltre i luoghi dove è vissuta e ha trascorso parte della sua infanzia, della sua giovinezza ed anche della sua età adulta: Adria e dintorni.

Due parole con lei

La tua raccolta è stata finalista e ha ottenuto la menzione speciale al Premio Calvino 2019 per poi essere pubblicata da Nutrimenti. Questa è stata la motivazione della giuria: “Una raccolta di racconti che ha come filo rosso il femminile nei suoi aspetti di oscurità, di mancanza, di desiderio, particolarmente incentrata sul tema della maternità variamente declinato e delineato. Punto di forza del testo una scrittura consapevole, attenta al dettaglio e rivelativa di un buon controllo sui meccanismi emotivi e narrativi”. Immagino che sia stata una grandissima e inaspettata soddisfazione. Come hai deciso di partecipare?

Erano anni che non scrivevo per me, nel senso che per molto tempo mi sono dedicata per lo più alle storie degli altri, mettendomi a servizio di un’idea del regista oppure proponendo idee che venivano poi sviluppate insieme, calandole nel suo mondo. Avevo voglia di provare ad attingere al mio di universo, c’erano temi che volevo sviluppare a prescindere dalla possibilità di fare un film, quindi è qualcosa che ho fatto principalmente con spirito di ricerca personale, senza la prospettiva di pubblicare. Dopo un po’, quando mi sono accorta che il materiale aveva una sua forza, mi sono chiesta cosa farne. Ho pensato di mandarlo ad un editor che avevo conosciuto anni fa, ma ho temporeggiato, forse per timore di un parere negativo. Poi ho scoperto che esisteva il Premio Calvino, che era molto serio e rinomato, e per di più rispondeva con una scheda di valutazione ai lavori inviati, perciò mi sono decisa a partecipare. Sentivo che il lavoro era buono, ma è andata bene, oltre ogni aspettativa.

Ti senti più autrice di testi cinematografici e televisivi oppure sei più legata alla letteratura? Secondo te c’è un confine tra le due cose? Alcuni di questi racconti potrebbero diventare un buon soggetto cinematografico?

Cinema e letteratura sono due mondi confinanti, che attingono l’uno dall’altro, ed entrambi soddisfano il mio desiderio di avere a che fare con storie e personaggi. Al di là delle differenze di linguaggio, la grande diversità è la natura solitaria del lavoro dello scrittore rispetto a quella comunitaria dello scrivere sceneggiature. In alcuni momenti può essere più divertente e proficuo lavorare in gruppo, in altri, in cui ho voglia di occuparmi del mio mondo interiore, è più semplice farlo scrivendo in prosa, da sola. Questa come ti dicevo è una dimensione che ho ritrovato da poco, ma sento che mi era mancata e, al di là della possibilità di pubblicare ancora, vorrei mantenerla. Alcune di queste storie forse potrebbero anche diventare un soggetto, come “Cherie” o “La Llorona”, altre potrebbero essere un corto, come “Mia sorella si illumina”. Altre ancora potrebbero costituire un mondo di partenza da cui attingere altre storie, ma scrivendo questi racconti io non pensavo alla possibilità di un adattamento cinematografico, mi godevo semplicemente uno spazio di libertà.

Nelle tue storie, soprattutto in quelle che parlano di bambini e adolescenti, si percepisce che le ambientazioni sono legate al Polesine e ad Adria. Quanto incide il luogo in cui sei cresciuta nella cornice della narrazione? E, perché no, anche nei tuoi soggetti cinematografici?

Moltissimo. C’è un legame con la natura molto forte che ho proprio perché sono cresciuta ad Adria, in anni in cui i bambini e i ragazzini erano liberi di scorrazzare in giro tutto il giorno. Una parte consistente della nostra infanzia si svolgeva distante dal mondo adulto, le scoperte avvenivano insieme ai coetanei e si giocava all’aperto anche d’inverno. Ci sono alcune parole dialettali che mi fanno pensare a quel periodo, e che tradotte in italiano non hanno lo stesso sapore di libertà e avventura: giavasco, pachèa, desumanàinverdegà. Il primo racconto di questa raccolta infatti si intitola proprio Giavasco: chiamarlo in altro modo sarebbe stato impossibile. Verde? Natura? Giungla? Non c’è paragone: giavasco richiama un mondo di suoni e sensazioni, odori e risate. Mi diverte la frase che si usa per indicare un giardino che viene lasciato andare, non curato: “Che giavasco!”, è un’espressione che si adegua bene anche alle vite ingarbugliate dei protagonisti di queste storie.

Quali sono i tuoi autori di letteratura preferiti e a quali sei più legata? E che temi trattano le letture che prediligi?

Amo i personaggi che devono fare i conti con una crepa, con una mancanza interiore, e che sono attratti da questa sorta di buco nero verso un viaggio non più rimandabile. Joyce Carol Oates è la regina di questo tipo di narrazione, insieme ad Alice Munro, a Doris Lessing, a John Cheever. Altri incontri importanti per la scrittura di questi racconti sono stati Edna O’Brien, Anna Maria Ortese e anche “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, illuminante per la narrazione del dolore fatto tramite la mescolanza di tono drammatico e ironico. Mi piacciono anche gli scrittori che riescono a restituire la vitalità della lingua parlata, e nel farlo costruiscono un mondo letterario altissimo, rumorosissimo e affollatissimo di energie, Grace Paley è una maestra in questo.

I personaggi di Zoran, come anche quelli delle tue storie sono spesso persone che vivono un disagio, anche se impercettibile, o che stanno attraversando un dolore o soffrendo una mancanza, che hanno diciamo una specie di “buco” o un “ingranaggio rotto”. Cosa spinge la tua attenzione a questo lato dell’animo umano?

Sono personaggi che proprio per il loro essere “rotti” hanno un’intrinseca possibilità di evoluzione al loro interno. Non è detto che si aggiusteranno, il momento che mi interessa è quello in cui affrontano un’inevitabile presa di coscienza delle loro fratture e facendo questo si trovano davanti a situazioni nuove, che altrimenti non avrebbero conosciuto. Si tratta solo di possibilità accennate, e non necessariamente sperimentate, o di cambiamenti minimi, che però costituiscono prospettiva: una vacanza dopo tanto tempo, un lavoro nuovo, una stanza che deve essere sgomberata a tutti i costi. Sono spaccati quotidiani e i personaggi sono familiari, solo che invece di essere definiti attraverso i loro successi (come succede sui social) sono tratteggiati grazie alle loro mancanze.

Scriverai altre cose da pubblicare? Hai già un’idea o estrarrai qualcosa dal cassetto, visto che tu per mestiere fai la sceneggiatrice e devi sempre e comunque scrivere?

Ho un po’ di materiale su cui sto lavorando, ma non so ancora dove mi porterà. Di solito sono le storie che vengono da me, senza che sia io a cercarle. È difficile che mi sieda e decida: voglio scrivere di questo. Un mese fa sono andata a una cena di lavoro e per caso una persona mi ha raccontato un episodio della sua vita che non c’entrava nulla col motivo per cui eravamo lì. Quella piccola storia mi ha immediatamente inchiodata e non mi ha lasciato più. Non ho ancora avuto il tempo di scriverla ma se non lo faccio mi tormenterà nel sonno, e quindi lo farò appena possibile!

Se tu dovessi fare pubblicità al tuo libro, perché e a chi consiglieresti di leggerlo?

Lo consiglierei a chi non ama le definizioni: figlio, figlia, madre, padre, adulto, bambino. Si può essere genitori e figli in tanti modi diversi e ognuno ha diritto di trovare il suo personale grado di appartenenza e di distanza dalla categoria. Si può essere materni anche verso gli amici o verso una sorella minore, e quando si è adulti si può essere genitori ma allo stesso tempo si può coltivare il proprio lato bambino, che consente di sentirsi liberi e trovare soluzioni inaspettate. Si può desiderare disperatamente un figlio nonostante l’evidenza di non poterne avere, si può decidere di non essere genitori, si può volere un figlio senza necessariamente poi desiderarne un secondo, oppure si può volerne un terzo allo stesso modo disperato in cui si è voluto il primo, senza doversi sentire dire: “Ne hai già due! Accontentati”. Insomma penso possa piacere a chi cerca di essere quello che è, al di là di quello che gli altri vorrebbero che fossimo.

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