Dedicato alla Gente del Delta (2/3)

Elisa Chiorboli propone un racconto ricco di suggestioni, che illustra l’esperienza di chi vive un luogo lasciandosi catturare dal fascino dei ritmi della natura, cercando di dimenticare la frenesia della nostra vita quotidiana. Il luogo è il delta del Po ed Elisa dedica il suo lavoro ai pescatori della Sacca degli Scardovari, pesantemente colpiti in un tempo recente dalla violenza della natura. Il suo è un viaggio oltre i confini della quotidianità, alla ricerca del ritmo del cuore e delle pure sensazioni, fatto di parole e immagini. Elisa, fotografa, ha realizzato alcuni scatti con la tecnica della doppia esposizione, mentre altre immagini che accompagnano il suo testo propongono il gioco dei colori in tre luoghi diversi: Caleri, la via delle Valli, la Sacca degli Scardovari.

Acqua, acqua ovunque …
… acqua di fiume, acqua di mare …  

Acqua che scorre a valle, acqua che domina tra gli argini, acqua che lambisce le terre sabbiose, acqua di sorgente, acqua di palude, acqua nel fango, acqua che viaggia padrona senza conoscere confini, acqua che nutre e disseta, acqua nemica che invade senza chiedere, acqua perenne che sfida l’uomo da sempre, acqua che pulisce, acqua che rinnova, acqua che non si arrende, acqua che scrive la storia di secoli, acqua invincibile, acqua che abbraccia il cielo e prende il volo del gabbiano per ricominciare e non finire mai.

Non ti illudere uomo, la mano che realizza l’ingegno delle tue opere, non può che inchinarsi al cospetto della potenza di questo elemento, mite solo in apparenza. Nel suo cammino avanza riprendendosi le terre che le appartengono, invadendo magazzini e casoni che ora sembrano fantasmi in mezzo al mare. Sui tetti la sosta è consentita solo ad aironi e cormorani in cerca del silenzio azzurro tra mare e cielo. Nella salsedine i mattoni resistono ancora, ma ormai son divenuti dimora dei molluschi e di verdeggianti canne palustri che solitarie si affacciano alle finestre in cerca di luce. Dove un tempo risuonavano le voci di giovani donne che con i piedi nudi e le mani gonfie mondavano il riso al ritmo del loro canto, ora s’ode il fragore dell’acqua che sbatte sui muri e produce una strana eco, come se il mare volesse parlare e raccontarci la storia nascosta sotto i fondali di sabbia. Il suo racconto parla una lingua antica come il mondo ed emana un messaggio limpido e sempre vivo nello scorrere dei millenni. Chi non ode è perché non si lascia trasportare dal sibilo del vento che prende il colore dell’acqua a volte azzurra a volte verdastra, sempre unita in un sinuoso complice movimento. Come in una danza antica, volteggiano le rondini di mare cedendo il passo al maestoso airone bianco o al cormorano che vola raso terra come un lacchè nella sua livrea nera. Loro ben sanno quali sono le note amiche da cavalcare librandosi nell’aria riscaldata dal sole e quali sono invece quelle da temere e da fuggire, specialmente se arrivano dall’oriente marino invaso  dalle correnti calde dello scirocco.

Quando questo accade, nulla può l’uomo innanzi alla furia degli elementi che come in un litigio furibondo si incalzano sfoggiando una forza brutale di mareggiate che si riprendono la costa ed ingoiano i manufatti dei pescatori, portandoli al largo o chissà dove.

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