Fresco della serata di ieri a Rosolina per il secondo appuntamento con il festival della filosofia Saperi di mare, dove ha conversato con Cristiano Vidali sul suo ultimo libro, Diego Crivellari ci regala, non una semplice recensione del saggio, ma una profonda riflessione sull’uomo e sulla storia.

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Cristiano Vidali, Fine senza compimento. La fine della storia in Alexandre Kojève tra accelerazione e tradizione (ed. Mimesis). Prefazione di Massimo Cacciari

Scrive Cristiano Vidali nelle prime pagine del suo libro: “pensare con l’autore – prima ancora che sull’autore – rappresenta la peculiarità di un lavoro che voglia dirsi propriamente filosofico”. L’autore in questione è Alexandre Kojève, una figura straordinaria della filosofia del Novecento, interprete geniale di Hegel, definito nei manuali come un pensatore post-marxista e come il pensatore della – appunto – fine della storia. Una prospettiva per certi versi enigmatica e insieme affascinante. Eppure Kojève (1902-1968), arrivato in Francia dalla Russia della rivoluzione bolscevica, non è stato il classico professore di filosofia – se non per pochi anni, durante il celebre seminario parigino sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel, piuttosto è stato un filosofo che ad un certo punto ha scelto di fare altro nell’arco della propria esistenza rispetto all’accademia e avrà, tra le altre cose, un ruolo importante – nella sua veste di funzionario – nel processo di costruzione della Comunità economica europea nel dopoguerra. Vidali si mette in dialogo con Kojève e ci porta dentro un pensiero vivo.

Un dialogo intimo con un pensiero vivo. Partendo da questo fondamentale assunto, potremmo dire che il libro di Cristiano Vidali ci riconcilia con la filosofia perché è un libro che accompagna il lettore per mano, con chiarezza e con rigore. Ci restituisce il significato più profondo dell’indagine filosofica che, se realmente fedele alle proprie premesse, è sempre sinonimo di metodo, rigore, concretezza. Se il suo non è un “libro per tutti”, è un libro che restituisce molto al lettore attento, a quel lettore che – non necessariamente studioso di filosofia – sceglie di farsi guidare e accompagnare consapevolmente lungo un itinerario originale che si interroga sul senso stesso della nostra esistenza collettiva.

Perché la storia (e la fine della storia) ci riguardano così da vicino? La questione non è soltanto politica, lato sensu ideologica, ma è profondamente filosofica.

Siamo esseri umani perché storici, e siamo esseri storici perché umani. Le due cose sono inscindibili, anche se forse oggi, nel nostro mondo digitale, simultaneo, accelerato, ne siamo sempre meno consapevoli. Ma è un grave rischio, non solo teoretico, perché perdere la nostra storicità equivale, di fatto, a perdere o compromettere fortemente la nostra stessa umanità.

L’essere umano, scrive Vidali, è qualcosa di “infinitamente trascendente” e “inesorabilmente finito”. Si proietta continuamente oltre sé stesso, ma deve fare i conti con la propria irriducibile finitezza.

Occorre comprendere che la libertà umana non è data da una semplice possibilità di scelta tra questa e quella opzione. Essa non si svolge dentro un vuoto pneumatico. La nostra libertà deve essere compresa essenzialmente come negatività, perché noi tutti siamo liberi in quanto esseri dotati di logos (ragione) che trasformano la realtà che hanno di fronte, e per trasformarla devono – in questo senso – negarla. Senza negazione non si dà novità e quindi non si dà neppure storia.

L’agire umano è fatto di lotta e di lavoro per riuscire a superare i propri limiti, per ottenere riconoscimento, per modificare ciò che si presenta davanti ai nostri sensi. Solo l’agire istintivo, irriflesso, naturale degli animali non nega alcunché e può quindi essere definito nei termini di pura positività. Di ciò che non nega e non può dirsi libero.

Quella dimensione di scissione, lacerazione, separazione che secondo Hegel era il carattere distintivo dell’età moderna (cfr. il “Dio è morto” di Nietzsche), agli inizi dell’Ottocento, sembra ritornare oggi in modo diverso e drammatico, con una radicale accelerazione che investe quotidianamente le nostre vite – accelerazione tecnologica, socio-economica, dei ritmi di vita – ma che ormai ci preclude ogni reale innovazione e potrebbe definirsi come una sorta di “stasi” mortalmente febbrile e irrequieta. Una realtà in cui, ci viene suggerito, “la frenesia del mutamento e la piatta identità vengono fatalmente a sovrapporsi”. Per Kojève, la storia mondiale tende verso la realizzazione di uno stato universale e omogeneo, dimensione post-ideologica caratterizzata dal riconoscimento generalizzato. Ed è, così, uno stadio che porta con sé la fine del desiderio di riconoscimento e di autorealizzazione, la fine del desiderio che muove i popoli e i singoli individui, l’annuncio della fine della storia.

Viviamo oggi dentro una fatale accelerazione determinata dalla sterminata quantità di stimoli di ogni tipo che investe la nostra esistenza, sempre più alienata, resa estranea a sé stessa, e che impedisce la prosecuzione del processo storico perché ormai ne rende impossibile lo svolgimento attraverso la fondamentale legge di continuità – innovazione.

All’interno di questo quadro, incontriamo il nucleo decisivo di Kojève e il suo pensiero della fine della storia. Non dobbiamo, come si è detto, pensare necessariamente a qualcosa di catastrofico o apocalittico. Né a qualche forma di fuoriuscita escatologica dalla storia, di salvezza religiosa o derivata da qualche forma di religione “secolarizzata” della politica. Ci siamo forse già dentro? Possiamo aspirare a collocarci sulla soglia di questa fine, come la figura del saggio? Lo vedremo. Certamente siamo più vicini alla fine della storia di quanto il senso comune potrebbe supporre.

Tanto più la storia accelera e tanto meno essa avanza, tanto più la storia accelera e tanto meno esistono per noi nuove reali possibilità di rottura storica. Questa è in definitiva l’intuizione essenziale che muove Kojève ed è anche la scoperta al centro della riflessione originale di Vidali. L’uomo post-storico sarà essenzialmente un animale post-storico, cioè potrà essere un corpo ben nutrito, funzionante, perfino felice, biologicamente perfezionato, ma privo di quella profondità e di quella consapevolezza che caratterizzano l’essere umano in quanto storico (e l’essere storico in quanto umano). Come scrive Vidali: “semplicemente, come la Divina Commedia non avrebbe mai potuto esser scritta su pietra, così essa non verrà mai letta sullo smartphone”.

Diego Crivellari

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