C’è un nesso tra ignoranza, analfabetismo funzionale e populismo? Probabilmente si, almeno se si condivide il significato di queste tre parole, un fatto che in un paese come il nostro non si può dare per scontato. Le radici del termine populismo si rifanno ad un movimento che si sviluppò nella Russia zarista tra la fine del sec. XIX e l’inizio del XX e che esaltava genericamente il popolo, sulla base di principi e programmi ispirati a una visione demagogica e semplicistica del socialismo. Dovette gran parte del suo successo al fatto che proponeva soluzioni semplici a problemi complessi, non venne mai attuato e di conseguenza dire che non avrebbe funzionato vale quanto definirlo un’occasione mancata. Una cosa comunque è certa: oggi l’ignoranza in senso stretto, cioè la non conoscenza e l’analfabetismo funzionale inteso come incapacità di comprendere pienamente fatti e fenomeni sono entrambi piuttosto diffusi. Ironia della sorte, l’impiego a sproposito del termine “populista” rappresenta esso stesso un esempio di ignoranza condita da analfabetismo funzionale. L’Italia sta per diventare un paese populista? E’ difficile dirlo, per molti aspetti lo è già, ma in ogni caso molte delle persone che  paventano questo rischio in realtà non sono in grado di valutarlo, proprio per i motivi espressi in precedenza.

Ma di fronte a un problema, per eliminarlo ed evitare che si riproponga è necessario individuarne le cause, e anche qui, ahimè, l’ignoranza non aiuta. La proverbiale fertilità della “mamma dei cretini” da sola non basta a spiegare il fenomeno, se il populismo si diffonde il problema di fondo è costituito dal fatto, tragico, che la cultura non è più considerata un valore. Questo disastro ha una serie di cause, alcune lontane altre più vicine, mi limiterò ad evidenziare le due che considero fondamentali.

Nel mondo della scuola c’è stato chi ha ritenuto che la democrazia si esprimesse dando a tutti giudizi benevoli, perché sancire la disuguaglianza intellettuale era reazionario: apparentemente gli asini si erano estinti con notevole anticipo sulle balene e sulle api. In realtà non c’è nulla di meno democratico che trattare le disuguaglianza nello stesso modo, il fenomeno poi diventa devastante quando si applica il livellamento al ribasso. Ora, tutti quegli studenti cui è stata garantita “la sufficienza” e che hanno maturato la conseguente  convinzione che studiare non serve, ingrossano le “legioni di imbecilli” che tanto hanno amareggiato gli ultimi mesi di vita di Umberto Eco.

La seconda ragione principale del degrado che viviamo oggi è più recente, ed è un corollario della prima: la convinzione diffusa che la cultura non serve, specie se si dispone di una discreta ricchezza. Successo e ricchezza sono il surrogato del sapere, un bel Rolex al polso vale più della conoscenza dell’Odissea, un buon insegnante delle superiori guadagna meno di un mediocre agente di commercio. Se ci si possono permettere determinati consumi si ha ragione, si è intelligenti, si è autorizzati a parlare di qualsiasi cosa, si può zittire con arroganza cafona chi ha opinioni diverse. Specialmente se non indossa abiti firmati. L’alfiere di questo ulteriore imbarbarimento è Silvio Berlusconi, che ha definitivamente sdoganato l’amoralità eretta a sistema, ha creato un partito organico alla criminalità organizzata, ha istituzionalizzato la corruzione, ha premiuato la scaltrezza al posto dell’intelligenza, ha svilito il ruolo della donna riducendola a complemento subalterno degno di spazio se soddisfa il desiderio sessuale o se accetta il ruolo di gheisha disposta a tutto pur di difendere il maschio padrone e criminale.

Viviamo una strana stagione, è difficile fare previsioni, ma il vaso di Pandora l’hanno riempito la sinistra da operetta e degli anni ’80 e più tardi Forza Italia.

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