Quanto è bello sprofondare nel gusto di una storia semplice e forte, raccontata bene, piena di delicatezza e di evidenza. Sprofondare nella terra profumata dei vigneti, nello sconforto dei personaggi, nel loro viaggio per trovare qualcosa, qualsiasi cosa li ricongiunga a quella terra a quel profumo.

Saint Amour, film franco-belga di Benoit Delépine e Gustave de Kervern, racconta una partenza, un viaggio, un’iniziazione, un arrivo e un orizzonte. Jean e Bruno sono padre e figlio, sono allevatori, uomini di terra, di vino e di sostanza. Hanno perso l’orientamento, una stella che li guidi fuori dalle paludi. Sono proprietari di un toro da esposizione, un magnifico possente animale, Nabucodonosor, che solo il nome riempie lo sguardo.

E loro sono a Parigi al Salone Internazionale dell’Agricoltura. Jean vuole che il loro toro vinca il concorso e vuole suo figlio accanto, desidera che senta la forza e la vivacità di essere uomo di terra. Bruno ha perso il gusto della vita, non ama se stesso e tanto meno il mestiere che fa.
È così che partono insieme alla ricerca di quello che manca.

Tre giorni di fiera, il terzo giorno la premiazione dei tori. Nel mezzo un viaggio in taxi nelle terre dei vini di Francia. Con loro Mike, proprietario del taxi, coinvolto suo malgrado nel percorso di iniziazione. Una cerimonia dolorosa e sacra che li porterà alla scoperta del mistero e del colore.
A intrecciare le loro vite il filo invisibile delle illusioni, così potenti da essere vere.

Jean telefona alla moglie, che è morta da qualche anno, ma lo fa lo stesso perché all’altro capo c’è la sua voce registrata nella segreteria. Lo fa per sentirla presente, per parlare con lei e raccontarle le loro vite. Bruno vuole piacere alle donne, a una donna, una a caso, una tra tante presa tra la folla, non importa, basta che veda in lui il principe dei suoi sogni. Mike dice di avere moglie e due figli a Parigi, racconta di loro continuamente e dispensa lezioni di vita. Ma è solo e anche lui cerca disperatamente di dare forma alla sua illusione.

Dovranno esplorare pianure e colline, imparare a degustare i vini e la vita lentamente, incontrare demoni e angeli, a ciascuno i suoi, per completare il viaggio e far ritorno a casa. A unirli in questo percorso saranno proprio le donne, una per ogni zona vinicola attraversata: una giovane cameriera che propone ai tre la degustazione del vino Saint Amour; un’amabile delicata signora in un albergo – la magnifica Andréa Ferréol – con cui Jean trascorrerà ore dolcissime e intense, accorgendosi solo alla fine di non aver fatto l’amore ma di aver comunque toccato il culmine del piacere; la proprietaria di un chiosco che serve a Jean e Bruno un vino morbido e vigoroso insieme; e infine l’amazzone Venus, colei che li farà ritrovare tutti definitivamente e li riporterà a casa.

Venus è giovane, bella, sola. Desidera un figlio e chiede a ognuno di loro di giacere con lei, nella stessa notte, in tre momenti unici e pieni d’amore per tutti. È con lei che ogni sogno diventa realtà. Le loro vite in qualche modo si uniscono e ritrovano in lei. Smettono di navigare tra nebbie e miraggi e prendono forma e colore.
Venus aspetterà un figlio da tre padri. Lo metteranno al mondo contando sulla terra, sulla vita e sull’amore.

Annotazioni: tanti dettagli colpiscono in questo film lieve, poetico e intenso. Nabucodonosor, il toro. I paesaggi dorati e smeraldini della campagna francese. La presenza, fra i tanti attori – tutti bravi – di Gerard Depardieu e Andréa Ferréol. Depardieu ha una carriera infinita e, nel mare immenso e diversissimo dei suoi film, segnano un’epoca L’ultimo metrò (1980) e La signora della porta accanto (1981), entrambi di François Truffaut. Tra questi e Saint Amour c’è un universo sterminato di generi e di luoghi. Andréa Ferréol desidero ricordarla per la sua straordinaria, sostanziosa ed erotica presenza ne La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri.

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