Sesta puntata del diario (che diventa sempre più bello e interessante) della nostra Alessia Babetto da Sofia.

Vi ricordate cosa fa dire Dostoevskij alla madre di Ròdja in Delitto e Castigo? Il bravo scrittore fa uscire dalle sue labbra uno dei consigli che la prudenza e l’esperienza portano ad avere, ovvero che «qualsiasi persona, per conoscerla, la si deve avvicinare a poco a poco e con cautela, altrimenti si può cadere in errore e in preconcetti che è molto difficile, dopo, cancellare o correggere».
Così, senza aspettare di diventare un pozzo di saggezza, ho imparato dalla lettura e dallo studio a fare miei tutti quegli insegnamenti che forse alcuni hanno scritto solo dopo averli appresi dalla vita stessa.

Seduta al mio posto, fra le righe dell’orchestra, ho osservato le altre persone e le ho viste salutarmi, sorridermi, qualcuno rivolgermi una parola in italiano. Il primo giorno, poco prima di iniziare, una collega flautista si è avvicinata al primo violino, un signore alto e composto, dal viso disteso e gentile. Ricordo che questo poi, alzatosi, ha detto qualcosa a gran voce in bulgaro per poi tradurlo in inglese (per far capire anche a me) e tutta l’orchestra mi ha guardata e mi ha dato il benvenuto. Ho notato che molte persone arrivano in coppia, perché hanno il proprio consorte all’interno della filarmonica stessa; ho potuto osservare anche che quando uno di loro compie gli anni o ottiene un bel risultato nella vita ci sono varie scatoline di cioccolatini ad attenderci fuori dalla sala, di quelle che vedevo quando ero piccola, a forma di conchiglia e con il cioccolato che sfuma dal bianco al marrone chiaro.

I musicisti sono sempre cordiali e quando una prima parte esegue un solo (ciascuno strumento a fiato, a differenza degli archi, presenta uno strumento solista che, talvolta, ha delle parti di solo da eseguire) spesso riceve dagli altri colleghi espressioni di congratulazioni o di ammirazione e tutte queste azioni insieme a tante altre che non mi soffermo a descrivere, poste una di seguito all’altra, hanno consolidato in me la sensazione che avevo di tranquillità e pace nei confronti di questo ambiente e di questa esperienza. Dopo un concerto una collega flautista con la quale ho stretto amicizia mi ha chiesto di uscire un po’ con lei e altri ragazzi, e al mio gentile titubare è riuscita a smorzare ogni dubbio dicendomi che mi avrebbero aspettata fuori.

Così sono andata con loro, li ho ascoltati parlare un po’ in bulgaro e poi tradurre in inglese quelli che possono essere gli scambi di impressioni e battute che si è soliti fare quando non ci si conosce e non si vuole turbare lo spazio altrui con frasi inappropriate, dettaglio che ai miei coetanei italiani sfugge molto spesso. Siamo andati in un ristorantino tranquillo, chi ha ordinato solo qualcosa da bere e chi invece aveva fame a ha mangiato un piatto caldo. Io mi sono lasciata consigliare e ho ordinato una “tarator”, una zuppa servita fredda e composta da yogurt, cetrioli, finocchio, noci tritate, prezzemolo e olio.

Vi assicuro che ho provato ad assaggiarla ma tutti questi ingredienti messi insieme mi hanno provocato un tale senso di nausea che, per lasciarla sul tavolo senza sembrare scortese, ho dovuto usare tutta la scaltrezza e l’ingegno che ho accumulato in questi anni. Ma ho assaggiato anche dei piatti davvero sfiziosi e se siete curiosi li potrete trovare descritti nella prossima puntata del mio blog.

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