La Filarmonica di Sofia

Passano i giorni qui e a Sofia, da dove Alessia Babetto ci invia queste divertenti e raffinate righe di vita vissuta.

Eccomi qui, cari lettori: oggi vi racconterò come è stata la mia prima esperienza nella Filarmonica di Sofia.
Intanto, sapete cos’è una filarmonica e perché le viene assegnata questa denominazione? Una filarmonica non è altro che un’orchestra sinfonica, la principale all’interno di uno stato.
I musicisti che vi lavorano, ho potuto constatare, sono molti; infatti da un concerto all’altro ho visto alternarsi tra tutti anche il primo violino, chiamato “spalla”, poiché ha un ruolo predominante all’interno della sezione degli archi ed è colui che comunica maggiormente con il direttore.

Anche il direttore è sempre diverso: per il primo concerto ci ha diretti un signore italiano di una certa età, che per comunicare con tutti noi faceva uso della lingua inglese. I musicisti hanno le età più svariate, non sono tanti i miei coetanei, per lo più vi sono persone di mezza età e qualcuno intorno ai sessanta/sessantacinque anni.

La prima volta che ho messo piede nella filarmonica è stata per farmi consegnare le parti da studiare, così ho avuto modo di conoscere qualcuno dei miei colleghi, i quali si sono subito offerti di farmi fare un tour di quello che sarebbe stato il mio posto di lavoro per qualche mese. Entrati da una porticina sul retro si scorge subito un corridoio stretto e lungo con la portineria a lato in cui un signore di una certa età, dietro ad un vetro, si annoia a premere lo stesso pulsante per far entrare e uscire così tante volte i musicisti che, ad ogni ora e forse più, necessitano di uscire e entrare dalla struttura.

Si tratta di un edificio maestoso sebbene semplice, che risale al periodo in cui al potere vigeva il comunismo, costruito in legno massiccio e ben riscaldato, con grandi tappeti rossi che precedono la sala da concerto, illuminata da lampadari in vetro che scendono tutto intorno ai loggioni.

Voglio portarvi con me nei retroscena di quello che da sempre è considerato qualcosa di sfarzoso e elegante, e farvi immaginare una scalinata piuttosto ripida che scende e porta a destra verso i camerini degli uomini e a sinistra verso i camerini delle donne. Il soffitto è basso, i muri sono impregnati di umidità, le pareti disegnate da vari artisti locali. All’interno dei camerini ci sono degli armadietti di alluminio con lucchetto che mi hanno ricordato la palestra della mia infanzia, nel paesino in cui ho vissuto.

Le prove, a ridosso dei concerti, durano di solito tre ore, divise da una pausa che tutti pretendono e sentono come necessaria, che termina con il suono di una campana, dopo circa dieci minuti.
Il primo giorno di prove ero emozionata e agitata allo stesso tempo, sono arrivata con largo anticipo e mi sono accomodata sul primo gradino, dietro al leggio che mi spettava, e ho osservato la sala con le luci ancora spente, in silenzio, ammirando le persone che di minuto in minuto entravano e si accomodavano al loro posto, la riempivano con le loro voci e con la propria presenza, contando quante donne e quanti uomini ci fossero, facendo una stima della loro età, della loro classe sociale, osservandone i comportamenti che assumevano tra loro e singolarmente; solo allora ho potuto davvero iniziare a integrarmi con loro. 

Ora mi devo congedare ma rimanete con me, nella prossima puntata vi racconterò di come mi sono avvicinata alle persone che frequento e come è andata la prima uscita con loro.

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