La lingua italiana altrove

Siamo arrivati alla quarta puntata del diario di Alessia Babetto da Sofia. Non mancate di leggerlo: non si scopre solo come vive un giovane musicista all’estero, ma tante altre cose.

I contatti con le persone che lavorano alla Filarmonica avvengono pressoché in inglese, poiché lingua universale che ho potuto constatare essere presente nel bagaglio di conoscenze di tutti e che sanno anche sfruttare in modo molto fluido, anche se talvolta qualcuno si diverte a stupirmi parlando in italiano.

Essendo infatti la lingua dell’opera, ad ogni musicista che ne abbia studiato i grandi compositori risulta familiare all’orecchio e un gesto abbastanza azzardato e furbesco per mettere alla prova i tanti anni di pratica nello scandire parole che a noi appaiono comunemente ben distese e comprensibili, mentre per loro suonano come qualcosa di pittoresco.

La lingua bulgara, come di sicuro saprete, fa parte del ceppo di lingue slave come ad esempio il russo, l’ucraino, il macedone, il serbo ecc. che fanno uso di un alfabeto diverso rispetto al nostro, quello cirillico.
Ad un primo ascolto il loro modo di relazionarsi mi è sembrato molto duro e freddo, quasi fosse uso fra le persone non comunicare apertamente le emozioni, gli stati d’animo, ma fosse soltanto un mezzo per comprendere e che questa comprensione dovesse avvenire nel minor tempo possibile, tanta era la rapidità delle loro parole disposte in piccole frasi e molto lo spazio che intercorreva fra una parola e l’altra.

Quando, poi, sono riuscita ad avere un dialogo con una musicista, la quale avevo capito fin dall’inizio che dovesse provare una certa simpatia nei miei confronti, ho iniziato a imparare io stessa le prime parole in lingua bulgara e ho potuto notare in questo scambio che qualcuno, il quale ad un primo sguardo poteva apparire freddo come le temperature che andavano abbassandosi, aveva in realtà una tradizione completamente differente da quella che mi aveva ospitata in tutti questi anni.

Ma la sapete la vera riflessione che questa persona mi ha indotto a fare?

Ricordo che un giorno, durante una pausa prima di un concerto, mi ha chiesto in quale luogo avrei voluto vivere nel futuro. Per risponderle mi dovevo chiaramente esprimere in inglese. Come quando un flusso d’acqua, sotto la terra, è spinto da una forza tale verso la superficie e gli fa assumere rapidamente infinite diramazioni, così quelle parole crearono in me un lampo, un’idea, una luce fortissima che aveva occupato tutta la mia mente.

Le parole avrebbero voluto prendere forma nella mia lingua d’origine ma poi gli impedimenti della lingua, che invece avevo fino a quel momento potuto praticare molto poco, mi hanno riportata alla realtà. Mi sono concentrata allora per dire quello che era il fulcro di quel turbinio di pensieri; la verità, ovvero che non mi sarebbe mai importato davvero il luogo nel quale deciderò di vivere, perché credo che se ciascuno di noi impara a stare bene con se stesso, si potrebbe trovare la felicità in ogni dove.

Percorrendo il tragitto verso casa ho riflettuto sulla bellezza della lingua italiana, la quale ha il potere di far fiorire, mascherando, anche la più semplice delle pietre. Mi sono chiesta se i grandi scrittori italiani sarebbero ancora tali, se non avessero scritto in italiano. Infine, mi sono chiesta se la vera scrittura è colei che abbaglia regalando una conoscenza e consapevolezza nuova, per l’intrinseco valore che alcune semplici parole, disposte in un ordine perfetto, racchiudono dentro di sé.

Restate ancora con me, cari lettori, perché nella prossima puntata vi farò scoprire cosa accade durante una prova con l’orchestra.

Una risposta

  1. “Percorrendo il tragitto verso casa ho riflettuto sulla bellezza della lingua italiana, la quale ha il potere di far fiorire, mascherando, anche la più semplice delle pietre. Mi sono chiesta se i grandi scrittori italiani sarebbero ancora tali, se non avessero scritto in italiano. Infine, mi sono chiesta se la vera scrittura è colei che abbaglia regalando una conoscenza e consapevolezza nuova, per l’intrinseco valore che alcune semplici parole, disposte in un ordine perfetto, racchiudono dentro di sé.”

    Bellissimo pensiero.
    Ah! la lingua.
    Lingua madre, si dice…e di madre ce n’è una sola: mater sempre certa est.
    Una lingua, forse l’unica al mondo, che si legge come si scrive. E anche la nostra lingua nonna, salvo qualche dittongo, si legge come si scrive. Cero, ci manca qualche accento -àncora o ancòra?- ma suppliamo con riferimento al contesto. E anche i dialetti nostri, a quanto ne so, si leggono almeno per la gran parte come sono scritti.
    Io non so risalire alle origini; ma non c’è dubbio che essa nacque al Sud: che riscatto! Sto pensando a te, mia cara mamma. “Rosa fresca e aulentissima che appari in ver la state” è stato dimostrato che è salentina, di Michele del Capo…giù giù dove si finisce in mare. Non fu Ciullo d’Alcamo.
    Poi la lavarono in Arno e poi e poi, oggi, bisogna trovarsi all’estero per capire quanto valga. Per capire ed apprezzare col cuore come presso di noi non si abbiano certi raggruppamenti ostrogoti di consonanti o pronunce che sono riti funebri per vocali e consonanti.
    Grazie all’autrice per questo sfogo.

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