Siamo ormai alla fine di questa rubrica: ecco a voi la decima puntata del diario di Alessia Babetto, la nostra inviata da Sofia che ci regala ora un momento di riflessione sull’esperienza vissuta.

Che cos’è, per voi, la nostalgia? La prima definizione che potete trovare in internet è «lo stato d’animo corrispondente al desiderio pungente o al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano». Beh, ogni tanto mi sale una profonda nostalgia di casa, non che io sia abituata ad avere una vita sedentaria, o una routine, ma mi manca il contatto con le persone che costituiscono per me il concetto della parola “casa” e la riempiono di valore.

Sebbene il telefono abbia ormai accorciato le distanze e colmato alcune assenze, lo sappiamo tutti che i ricordi si costruiscono con la vita, e questa è fatta di momenti trascorsi nel reale, nella concretezza, nel quotidiano. Mi accorgo sempre più che dipendiamo da tante cose, ma che poche fanno davvero la nostra felicità; che siamo perennemente alla ricerca di tempo, ma che poi ci annoiamo se ne abbiamo troppo, e che questo, che noi lo permettiamo o no, si sfuma tra le nostre dita come il colore quando viene diluito con l’acqua.

Ecco che allora a molti potrebbe invadere un certo senso di abbandono, di lontananza, di sconforto, quel “male di vivere” che niente ha a che vedere con il sentimento che descriveva Montale in Ossi di Seppia ma che rimanda più ad una generazione di artisti francesi che hanno amato compiangersi e stendere mari di parole su questo dolore che veniva alleviato soltanto da fiori, odori, sapori. Non me ne vogliate se i miei richiami letterari non sono in linea con i vostri e considerate i poeti francesi degli  artisti impagabili, d’altronde, se non vi fossero stati animi così flebili, non vi sarebbe stata la loro poesia e a chi mi potrei rifare io, ora? Credo che ciascuno, in cuor suo, sappia di avere i mezzi per sciogliersi da ogni tipo di torpore, trovando la soluzione che gli è più congeniale per riscattarsi e far funzionare la propria vita al meglio.

A volte, ho potuto notare che anche accettare di buon grado la situazione in cui ci si ritrova può portare grossi vantaggi nella nostra vita. Si tratta di saper vedere il “lato positivo” (a proposito, consiglio caldamente di vedere l’omonimo film), che non vuol dire vivere alla “hippy” stile anni settanta, ma trovare dentro di sé la forza per sistemare ogni pezzetto, inquadrando ben bene il particolare ma puntando, come un tiratore d’arco, la propria freccia ad un punto davanti a sé. Perché di sogni siamo formati, oltre che, come direbbe un inglese, «della stessa sostanza delle stelle» ma anche di pensieri, di azioni, di gesti che, posti uno in seguito all’altro, se presi con cognizione di causa, formano la nostra più profonda essenza che nulla, nemmeno il tempo che scorre, ci potrà mai togliere.

Malgrado tutte queste profonde verità, a volte mi manca davvero casa, la mia famiglia, i miei amici, le persone alle quali sono legata, i miei fiumi e la campagna, che sembra tutta uguale a se stessa ma che mi regala ogni volta una pace immensa, perché, come il mare, «ovunque posi lo sguardo, non trovi niente» o forse tutto.

È così che concludo la decima puntata e con essa questa prima sezione del blog, ma vi aspetto qui con me, perché insieme scopriremo ancora qualcosa di nuovo.

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