Come cambia la vita quotidiana al tempo di coronavirus? Visto che non sono un medico o un infermiere per cui il lavoro si moltiplica fino allo sfinimento, e non senza rischi di contagio; che non sono madre di bambini che per un mese non vanno a scuola e magari non hanno nonni disponibili a spupazzarli né baby sitter a tempo pieno che costano un capitale; che sono un’adulta-matura con figli ormai grandi e lontani  coi quali il contatto è solo telefonico o elettronico; e comunque sono costretta, come quasi tutti, a rintanarmi in casa, per me non manca certo il tempo per riflettere che, se mi ammalassi davvero, avrei scarse probabilità di  essere curata in terapia intensiva. 
Così ubbidisco alle regole e cerco di non uscire. Se proprio devo prendere un bus, oltre all’autodichiarazione di rito sullo stato di necessità (tipo seduta dal dentista) mi tocca bardarmi con amuchina, guanti e mascherina fatta in casa con carta da forno. Durante il tragitto mi tornano però subito in mente le immagini dei bus carichi di defunti di Orano descritti da Camus nel suo romanzo “La peste”, e non vedo l’ora di scendere. Purtroppo per consolarmi non posso neppure concedermi una sosta in un bar per un macchiatone fatto come si deve, e mi resta il dilemma su come affrontare il resto della giornata. 
Se m’imbatto in un conoscente lo saluto da lontano, ricordando la paura provata  qualche giorno fa quando ho incontrato un amico che non vedevo da un lustro, e lui, abbracciandomi, mi ha – ahimè – perfino baciato. Allora m’infilo nel supermarket, a quest’ora poco affollato, e nonostante le rassicurazioni che i viveri non mancheranno, riempio il carrello come fossimo in tempo di guerra. Quindi, vista la chiusura dei parchi e l’invito a disertare perfino gli argini del canale, mi concedo una passeggiata igienica fino in farmacia dove acquisto una bottiglietta di profumo. Almeno quella, visto che, chiusa l’estetista per la ceretta e rimpinzandomi io di dolciumi davanti alla tv, mi ritroverò fra qualche mese, se ancora viva, obesa e pelosa (come qualcuno ha profetizzato). 
Infine rientro, rileggo cronache da tregenda o uno dei miei preferiti romanzi russi, apprendo per caso dalla radio che la pandemia può essere un ammonimento ai peccatori mandato dalla Madonna di Medjugorie, e dalla tele, sempre per caso e per bocca di un famoso critico d’arte, che fra due settimane del virus non ci ricorderemo più, perché non esiste. 
Alla fine, stravaccata sul divano dopo una mesta cenetta, ho l’opzione fra i soliti noti che terrorizzano o minimizzano secondo l’umore, e un film visto solo cinque volte. Scelgo il film, e finalmente viene l’ora del meritato riposo. Però di questi tempi l’attività onirica – realistica o simbolica che sia – non manca mai di ali di pipistrello, di caccia grossa a mascherine al mercato nero o di reparti di rianimazione a me preclusi. Fatto sta che, se di giorno non ho ragionevolmente ceduto al panico, di notte ci pensa l’inconscio maligno a vomitare ciò che, in me, ragionevole non è.

L’idea è quella di un diario semi-quotidiano. Lei è Gabriella Imperatori, veneziana, da molti anni residente a Padova. Ha collaborato con quotidiani e riviste regionali e nazionali e con la Rai. Ha scritto per il Corriere del Veneto ed è direttrice responsabile del trimestrale Leggere donna. Tra i suoi romanzi Bionda era e bella (Rusconi, 1990), Questa è la terra, non ancora il cielo, con Gloria Spessotto (Tufani, 1998), Portami via con te (Marsilio, 2000), Trilogia dei baci (Marsilio, 2004), L’onda anomala (Marsilio, 2013). Con Apogeo ha pubblicato un racconto nell’antologia Io sono il Nordest (2016) e i racconti di Ballata per eroi senza nome (2017).

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