C’è un sole primaverile, oggi come ieri, ma fa ancora più caldo. In terrazza, fioriscono la forsizia e le viole del pensiero: bianche, gialle, viola, arancio. Tutto invita a uscir di casa, ma non si può e non si deve. Se piovesse, nessuno s’inventerebbe, con creatività tutta italica, pittoresche scuse per andarsene a passeggio. Come quel tale che, al vigile che lo aveva scoperto in giro, ha raccontato che la moglie lo aveva cacciato di casa. Scusa non del tutto incredibile, in verità: di giorno in giorno l’isolamento coatto sta portando molti, per dirla con il regista Almodovar, sull’orlo di una crisi di nervi. A dire o fare cose quantomeno bizzarre. Come quei passeggeri della metro di Milano che se ne stavano tutti incollati l’uno sull’altro, altro che alla distanza del metro regolamentare. O quel gruppetto di trevigiani che hanno organizzato una gioconda cenetta in terrazza. O quell’altro ribelle che andava “soltanto” a giocare la schedina, forse in vista della prossima catastrofe economica. O il tabaccaio che ha installato nel suo negozio una macchinetta da caffè (“Perché? Non si può?” ha chiesto con vera o finta ingenuità). E nessuno di costoro che si ricordi il prezzo che può costare una dichiarazione mendace, o che pensi, con dolore e solidarietà, a chi soffre pene infernali  in rianimazione. E a chi, già steso nella bara, vien trasportato a un crematorio dai camion dell’esercito fuori dalla zona più infetta d’Italia, dove perfino i cimiteri sono chiusi. Se a volte si sorride, più spesso si piange.
Da parte mia rifletto che, nella mia ormai abbastanza lunga vita, ho visto, sentito raccontare, letto sui libri, storie di tutti i colori e orrori. Dai lager ai gulag, da Hitler a Stalin, dalle città  distrutte, coventrizzate come appunto Coventry in Gran Bretagna, come Dresda in Germania. Ma anche fenomeni o eventi che ci hanno riguardato più da vicino. Il ’68, il femminismo, il ’77. La morte di Aldo Moro ad opera delle brigate rosse, l’uccisione dei due Kennedy, la catastrofe del Vajont, la strage di Capaci, l’11 settembre… Ecco,  forse solo quella data ha creato una sorpresa, uno sconcerto, un terrore  non simile, ma paragonabile  a quello che oggi una pallina invisibile ma munita di ganci fa il possibile per sopravvivere nel corpo umano (qualche signora, ho sentito dire, già pensa di farsi fare un ciondolo a forma di coronavirus).
Dai nonni, o bisnonni, sappiamo cos’è stata la tristemente  famosa “Spagnola”. Dai romanzi e dai saggi, cosa sono state le non poche pestilenze storiche. Dalla TV siamo informati quotidianamente con precisione quasi sadica sulla pandemia attuale che non accenna a decrescere. C’è chi cerca e trova programmi divertenti per non pensare, ma di solito prevale una curiosità un po’ masochistica che c’inchioda sul divano davanti al piccolo schermo, dove non ci vien risparmiato nulla di ciò che di atroce avviene in alcune zone d‘Italia, e che riusciamo a esorcizzare solo in certe ore della sera, cantando in coro dalle finestre dei condomìni “Azzurro”, “Fratelli d’Italia”, “Bella ciao”. E questi canti ci sollevano per qualche minuto, ci affratellano, ci fanno sentire migliori. Quando tutto finirà, lo saremo davvero?

L’idea è quella di un diario semi-quotidiano. Lei è Gabriella Imperatori, veneziana, da molti anni residente a Padova. Ha collaborato con quotidiani e riviste regionali e nazionali e con la Rai. Ha scritto per il Corriere del Veneto ed è direttrice responsabile del trimestrale Leggere donna. Tra i suoi romanzi Bionda era e bella (Rusconi, 1990), Questa è la terra, non ancora il cielo, con Gloria Spessotto (Tufani, 1998), Portami via con te (Marsilio, 2000), Trilogia dei baci (Marsilio, 2004), L’onda anomala (Marsilio, 2013). Con Apogeo ha pubblicato un racconto nell’antologia Io sono il Nordest (2016) e i racconti di Ballata per eroi senza nome (2017).

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