Dunque il lockdown non finirà con la Pasquetta. Durerà, a quanto pare, altri quindici giorni  o più,  benché si profilino già alcune aperture senza le quali saremmo alla canna del gas. E in questo periodo, in vista della “fase 2” in cui ci dovremo allenare a convivere con il virus, avremo tempo di immaginare il prossimo futuro, in attesa  del vaccino, di una qualche possibile ma rischiosa immunità di gregge, di medicamenti davvero efficaci o di improbabili interventi taumaturgici.
Sull’aiuto dell’Europa è preferibile non contare troppo. Ed è assurdo, d’altronde, pretendere riconoscenza dalla Germania per averla anche noi esentata, al tempo del suo anno zero, dal pagamento dei danni di guerra, quando l’Italia aveva affiancato la politica hitleriana. Inoltre, se chiediamo soldi accrescendo il nostro già cospicuo debito nazionale, dovremo dimostrare di saperli spendere con buon senso, nel contempo inasprendo la lotta contro le mafie e l’evasione fiscale.
Dovremo invece convincerci che il futuro sarà inesorabilmente diverso dal passato, in cui pure ci siamo lamentati fin troppo. Avremo meno lavoro, più povertà e per trovare soluzioni bisognerà incrementare i piani di grandi opere in grado di impegnare molti ed evitare gesti disperati. Non solo ci toccherà evitare luoghi affollati, tenere le distanze, far attenzione ai cibi e non escludere del tutto ritorni a un passato che sembrava preistorico: dall’economia del baratto al fai-da- te in cui già ci stiamo peraltro esercitando (cura dei capelli senza parrucchiere, con assai discutibili risultati), cucina di casa, meno bar e ristoranti (quando saranno riaperti).
Sarebbe bello che la solidarietà che abbiamo finora dimostrato diventasse un valore non precario, insieme alla lettura, alla riscoperta della tv non solo per fame di notiziari e di serie, ma anche per interesse a film e teatro di qualità. Insomma dovremmo dimostrarci migliori di quanto eravamo prima, meno irresponsabili, meno egoisti, meno bramosi di successo personale. Ma ci riusciremo? Gli ottimisti (o sognatori) ne sono sicuri, i pessimisti (o realisti) prevedono invece lotte sociali, criminalità in aumento, famiglie ancor più instabili di oggi, dopo la dura prova della convivenza in arresti domiciliari. Anche l’amore  non sarà più lo stesso. O forse (così come abbiamo scoperto la forza degli adolescenti che ci sembravano viziati, bulletti, “sdraiati” e invece – non tutti certo – si son mostrati forti, disciplinati, pronti ad aiutare chi ha di meno, capaci di soffrire sinceramente per la fragilità degli amati nonni, e di inventarsi una quotidianità creativa) forse ecco che ci dedicheremo, appena possibile, ad amori meno superficiali, e qualcuno troverà aiuto in una fede nel trascendente, anche per sopportare con pazienza – virtù dimenticata – il dolore vero, senza dar di matto come  qualcuno già minaccia di fare. E ci abitueremo alla vista alienante delle mascherine di cui ormai farà parte il nostro guardaroba per un anno, di camici bianchi  che fan sembrare fantasmi o astronauti gli addetti alla sanità. Insomma stanno per arrivare tempi nuovi, mai visti prima; se brutti o meno brutti di quelli che stiamo vivendo dipenderà, oltre che dai poteri e capricci del virus, dai nostri sentimenti e comportamenti.

L’idea è quella di un diario semi-quotidiano. Lei è Gabriella Imperatori, veneziana, da molti anni residente a Padova. Ha collaborato con quotidiani e riviste regionali e nazionali e con la Rai. Ha scritto per il Corriere del Veneto ed è direttrice responsabile del trimestrale Leggere donna. Tra i suoi romanzi Bionda era e bella (Rusconi, 1990), Questa è la terra, non ancora il cielo, con Gloria Spessotto (Tufani, 1998), Portami via con te (Marsilio, 2000), Trilogia dei baci (Marsilio, 2004), L’onda anomala (Marsilio, 2013). Con Apogeo ha pubblicato un racconto nell’antologia Io sono il Nordest (2016) e i racconti di Ballata per eroi senza nome (2017).

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