I cani, in quarantena,  stanno meglio dei bambini, e non in senso metaforico ma realissimo. Ottenuto il permesso di portarli fuori per fargli espletare i loro bisogni fisiologici, i loro padroni ne approfittano per portarli a spasso, e quindi uscire anche loro, perfino quattro o cinque volte al giorno. I vari Fido, Bobi, o al giorno d’oggi, magari Ulisse e Penelope, sono felicissimi di scorrazzare liberi per gli argini o sotto i portici, seppure a sera rientrano sfiniti e un po’ sorpresi della nuova quotidianità. I padroni, da parte loro, oltre a fare jogging o altra ginnastica per irrobustire i muscoli, hanno (almeno alcuni) occasione di usare il cellulare  anche per conversazioni che, in casa, non potrebbero permettersi di fare. Diverso è il caso dei bambini, costretti giorno e notte, come i nonni, fra quattro mura, dove gli uni e gli altri vengono intrattenuti dagli adulti di casa. I piccoli con giochi vari, playstation, fiabe o film di animazione in compagnia di almeno un genitore; i vecchi con la sospirata partita a briscola con il figlio o il genero. Ma se ai più anziani si raccomanda vivamente di non muoversi per non ammalarsi, la salute dei piccini è chiaro che non si avvantaggia dalla clausura, e finalmente se n’è accorta  la ministra della famiglia che ha esposto una serie di progetti. Dalla riapertura dei parchi dove i ragazzini verrebbero contingentati a scaglioni, sotto l’occhio di vigilanti ma con la facoltà di giocare a pallone, alla concessione di altri quindici giorni di congedo ai genitori perché si occupino meglio dei bambini, già frustrati di non poter andare alla “scuola vera” a ritrovarsi con i coetanei, gli insegnanti e i bidelli. Niente da obiettare  sui progetti se non che, come spesso accade anche in altri ambiti, non sono quasi mai il massimo di precisione ma spesso abbondano di confusione. Lo constatiamo ogni giorno su precetti quotidiani seguiti da contrordini, a seconda di pareri e umori di governo e regioni, sindaci e sindacalisti, comitati e commissioni. Librerie aperte dal 14 aprile? Beh sì, ma non tutte, e quelle aperte lo sono solo due volte la settimana, almeno nella mia città. Profumerie come sopra. Di mercerie non se ne parla. Trovare un paio di calze comporta una caccia al tesoro. In compenso, abbiamo imparato a rammendarle. Possibilità di picnic sui tetti? Forse sì (e forse no), comunque  sorvegliati da possenti elicotteri come quelli che, nel film Apocalypse now, volteggiavano sul Vietnam in fiamme al suono delle Walchirie di Wagner. Mascherina obbligatoria? Sì certo, “io però non me la metto” (copyright della virologa Ilaria Capua, pur simpatica e preparata…). Spesa in centro? Anche sì, ma per superare le recinzioni di plastica a strisce bianche e rosse occorre sottoporsi a un’ora di coda. Insomma è tutta una serie di detti e contraddetti, per cui c’è anche chi alla fine si secca e decide di stare in casa a rileggersi Guerra e pace o almeno un buon noir di Simenon. E le donne? Le più sfortunate son rinchiuse in casa in balìa di compagni aggressivi che, se non terrorizzati da un possibile contagio, si sfogano a insultare e picchiare la moglie, perché i violenti non diventano agnellini in isolamento. Altre donne, invece, godono di un privilegio rispetto agli uomini: sono più resistenti al serial killer invisibile e, se contagiate, muoiono assai meno spesso. Se i dati sembrano certi,  l’incertezza sta nelle cause. Il cromosoma X sarebbe responsabile di una più vivace resistenza al virus? Le donne sarebbero dotate di più intense barriere tali da render difficoltosa l’entrata virale nelle cellule polmonari? Fanno una vita più sana e regolare? O piuttosto hanno meno paura del male, come dimostra la diversa reazione, nei due generi, a un feroce ma non grave mal di testa che non preannuncia affatto un tumore al cervello, come temono non pochi uomini? O, infine, sanno ritagliarsi momenti tutti per sé: per tingersi i capelli, ridisegnarsi le sopracciglia o telefonare alle amiche per le ultime novità, beh sì, anche sul coronavirus, ma con parentesi su pettegolezzi divertenti? Insomma, sono più deboli o più forti, più superficiali o più furbe (anche se poi i “mestieri di casa”  gravano più spesso su di loro?).   

L’idea è quella di un diario semi-quotidiano. Lei è Gabriella Imperatori, veneziana, da molti anni residente a Padova. Ha collaborato con quotidiani e riviste regionali e nazionali e con la Rai. Ha scritto per il Corriere del Veneto ed è direttrice responsabile del trimestrale Leggere donna. Tra i suoi romanzi Bionda era e bella (Rusconi, 1990), Questa è la terra, non ancora il cielo, con Gloria Spessotto (Tufani, 1998), Portami via con te (Marsilio, 2000), Trilogia dei baci (Marsilio, 2004), L’onda anomala (Marsilio, 2013). Con Apogeo ha pubblicato un racconto nell’antologia Io sono il Nordest (2016) e i racconti di Ballata per eroi senza nome (2017).

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