Era il 1970 quando Tom Wole pubblicò “Radical Chic”, per molti aspetti un capolavoro che descrive con ironia corrosiva un trend iniziato nel ’66, quando Leonard Bernstein invitò anche alcuni esponenti delle Black Panther e della cultura hippie underground newyorkese alla sua festa di compleanno nello splendido appartamento duplex che dominava Park Avenue. Il folto pubblico di coloro che non erano stati invitati ma che avrebbero dato la vita per esserci, dissero che “qualcosa era cambiato per sempre”, il solo tipo di giudizio che in qualche modo riusciva a gratificarli. Come dire “io non c’ero, ma ho capito tutto”. Qualcuno un tantino più lungimirante preferì restare ancorato ad un sano scetticismo, nonostante il delirio pressoché generale, e ne venne fuori uno slogan divertente “Rent-a-panther” (noleggia una pantera) che parodiava “Rent-a-car” il mantra ossessivo di Hertz per promuovere le sue auto. A quasi 50 anni di distanza dobbiamo costatare che gli attici di Park Avenue sono occupati sempre dalle stesse dinastie cui si è aggiunto qualche sceicco e qualche miliardario russo, la controcultura hippie sopravvive solo nelle foto in bianco e nero del Village, le pantere nere sono morte o fortemente brizzolate e il libro di Wolfe resta un capolavoro.

Flower Power, rivoluzione e pettinature afro sono definitivamente sepolti come l’ascia di guerra Sioux, il “sistema” che doveva essere abbattuto ha fagocitato come un anaconda tutte le spinte che dovevano soppiantarlo, il modello capitalista ha fatto resistenza passiva meglio del mahatma Gandhi e alla fine ha integrato nei suoi meccanismi anche i fenomeni apparentemente più eversivi. C’è questa sorta di carattere mostruoso nella società contemporanea: essa è allo stesso tempo carnefice ed orfana dei suoi figli migliori.

Sentiamo l’eco delle canzoni di Pete Seeger, ma potrei dire di di Claudio Lolli, abbiamo vaghe reminiscenze dei libri di Orwell, partecipiamo distrattamente alle celebrazioni del 25 Aprile, ma è come se si trattasse di una vecchia playlist dimenticata, di una lettura dell’abbecedario delle elementari e di una recita parrocchiale tra quinte logore e sbiadite.

Poi la vibrazione dello smartphone ci riporta alla realtà, l’ora d’aria è finita.

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