L’emergenza Covid-19 ha imposto la chiusura della mostra “Attraversare l’immagine. Donne e fotografia tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80”. Ospitata nei suggestivi spazi della Palazzina Marfisa d’Este, dimora estense edificata nella meta del 16° secolo a Ferrara, abbiamo avuto la possibilità di visitarla prima dello stop.

Fotografia al femminile

La mostra presenta le opere di tredici fotografe: Paola Agosti, Diane Arbus, Letizia Battaglia, Giovanna Borgese, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Françoise Demulder, Mari Mahr, Lori Sammartino, Chiara Samugheo, Leena Saraste, Francesca Woodman e Petra Wunderlich.

Il progetto, a cura di Angela Madesani, si inserisce nella riflessione che l’UDI, Unione Donne Italiane, dedica alla creatività femminile in tutte le sue forme e linguaggi sin dal 1984, dopo le mostre che hanno presentato alcune delle artiste più rilevanti della scena internazionale, ultima delle quali Ketty La Rocca nel 2018.

“Attraversare l’immagine” indaga il mondo della fotografia al femminile, mettendone in luce i filoni di ricerca più specifici, concentrandosi sulle fotografe attive negli anni dell’impegno politico e sociale, un periodo caratterizzato da grandi mutamenti di cui le donne sono state protagoniste.

Dall’impegno civile al riflusso

La selezione delle fotografie esposte prende avvio dalle ricerche a sfondo antropologico dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Sessanta, indagini che hanno segnato l’avvio delle lotte per un cambiamento radicale della cultura e della società, per il raggiungimento di libertà individuali e di conquiste democratiche. Raggiungimenti che gli anni Settanta avrebbero estremizzato con drammatici conflitti, animando il rapporto tra politica e cultura.

Gli anni Ottanta hanno poi costituito in qualche modo il momento del riflusso: le grandi battaglie condotte per i diritti civili, per l’emancipazione delle classi sociali, delle donne, degli emarginati, sono defluite verso modi diversi di avvertire l’esistenza, soppiantando le pratiche collettive, delle quali l’arte e la fotografia si erano rese interpreti, a favore di un sentire più individuale.  Le fotografe e non più unicamente i fotografi, hanno saputo registrare tali cambiamenti, concentrando il proprio sguardo, con una visione decisamente diversa, ricca di sensibilità, su temi scottanti connessi al sociale, al patrimonio antropologico, alla sfera psicologica.

Ricerca, reportage, racconto

La mostra si apre con l’opera di Diane Arbus (1923-1971), una delle più grandi artiste della seconda metà del XX secolo, la cui ricerca ha fatto da punto di svolta, poiché le sue fotografie hanno come soggetto i mondi paralleli alla normalità, che la Arbus riesce a raccontare nella sua verità e crudezza, arrivando a realizzare alcune fra le fotografie più iconiche dei nostri tempi, mostrando la crudezza del deforme, che va oltre la superficialità dell’apparenza.

Continuando nel percorso espositivo, vi sono due lavori che potremmo collocare nell’ambito del fotoreportage, con una chiara propensione all’indagine sociale e antropologica: di Chiara Samugheo (1935) sono esposte alcune fotografie di ispirazione neorealista, parte della serie dedicata alle invasate  pugliesi della fine degli anni Cinquanta ed alcune scene della vita napoletana; di Lori Sammartino (1924-1971) sono presenti le immagini che raccontano un’Italia alle porte del  boom economico, fatta di balere, di feste domenicali con l’abito buono.

Una selezione di opere da “Morire di classe” di Carla Cerati (1926-2016), pubblicato nel 1969 con Gianni Berengo Gardin, consentirà al pubblico di ammirare una delle ricerche più significative e conosciute dell’artista, che ha contribuito a mutare la situazione manicomiale nel nostro Paese. Grande forza hanno le immagini di Letizia Battaglia (1935), che in cinquant’anni di ricerca ha raccontato la Sicilia della criminalità organizzata e della corruzione, allora unica fotografa donna, rispettata da colleghi fotografi e poliziotti, come lei stessa ha raccontato, con un’attenzione particolare al mondo femminile.

Donne pioniere del fotogiornalismo

Una sezione consistente della mostra è dedicata al fotogiornalismo: due reportage di guerra ambientati in Libano e in Cambogia della francese Françoise Demulder (1947-2008), la prima donna a vincere nel 1977 il World Press Photo, con una fotografia di una donna a Beirut; mentre della finlandese Leena Saraste (1942) sono presentate le immagini dedicate alle rovine umane e architettoniche del conflitto israelo-palestinese dell’inizio degli anni Ottanta, servendosi della fotografia come uno strumento utile non solo alla comprensione, ma anche al cambiamento.

Impegnata nella documentazione del mutamento della condizione femminile è Paola Agosti (1947), tra le più acute fotogiornaliste italiane, di cui viene presentato un intenso reportage sull’apartheid realizzato negli anni Ottanta in Sudafrica, con un contrasto stridente tra la ricca vita dei bianchi e le comunità nere.  È legata al mondo del porto di Genova la preziosa indagine di Lisetta Carmi (1924), di cui avevamo visto una esposizione a Foto Industria a Bologna: una ricerca in cui l’uomo, il paesaggio, l’architettura giocano ruoli equivalenti. Sono dedicati al mondo dell’industria, nel momento della sua trasformazione, anche i partecipati scatti di Giovanna Borgese (1939), in cui i protagonisti sono gli operai, i lavoratori e gli scioperanti, oltre agli edifici abbandonati, veri e propri esempi di fotografia industriale, che simboleggiano la fine di un’epoca.

Oltre i confini tra generi e temi

La tedesca Petra Wunderlich (1954) travalica i confini fra generi e temi aprendo nuovi scenari: le sue opere indagano il paesaggio dell’uomo, si concentrano sull’architettura di carattere religioso di chiese in Germania, Inghilterra e Belgio, nelle fotografie presenti in mostra, decisamente slegate rispetto alle altre esposizioni.

Di Mari Mahr (1941) fotografa  anglo ungherese, nata a Santiago del Cile da genitori ebrei ungheresi, è la raffinata serie  di ispirazione letteraria e artistica, dedicata a Lili Brik, la scrittrice, artista, attrice russa, compagna e musa di Vladimir Majakovskij.

Chiude la rassegna una piccola ma significativa selezione di opere di Francesca Woodman (1958-1981), artista che ha lavorato sul proprio disagio femminile, arrivando al suicidio giovanissima, dando vita ad immagini di grande spessore, che hanno ispirato molti lavori di ricerca sull’autoritratto e la scoperta del proprio corpo di fotografe amatoriali o professioniste.

La mostra a Ferrara

La mostra è organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara in collaborazione con la Fondazione Ferrara Arte, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali, Arte e Turismo.

Purtroppo nel rispetto delle linee guida per il contenimento del Covid-19  i musei ora sono chiusi.

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