Liana Isipato recensisce “Due vite” di Emanuele Trevi, Neri Pozza, 2020.

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro,la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno

Emanuele Trevi nel suo libro riesce a farci sentire vivi Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori scomparsi troppo presto, e a dar voce all’Amicizia che per molti anni aveva unito loro tre, in maniera intensa.
La Memoria di Rocco e Pia non è rivolta al passato, ma trasmette al lettore la vita in atto, colta nei momenti significativi che danno il senso delle loro scelte.
Rocco, insoddisfatto della carriera accademica, della letteratura, incapace di vivere in una quieta solitudine, impegnato in tempestose relazioni amorose, ‘campione del risentimento cosmico’, appare addolcito negli ultimi anni della sua vita, circondato da persone che lo capiscono, o da cui si sente capito.

Pia, dall’aspetto di una simpatica signorina inglese, curiosa, timidamente sfrontata, puntigliosa e magistrale traduttrice di romanzi russi, che a cinquantacinque anni comincia a zoppicare, prima avvisaglia della SLA, inizio di un calvario di cui terrà il resoconto, come di un finale di partita.
Rocco, che si mostra un artista nell’arte di guastarsi il sangue per una copertina di dubbia qualità, o per le scarse vendite, che non lo fanno sentire uno scrittore ‘di successo’, ma che in fondo sarebbe capace di covare mille altri motivi di risentimento, per alimentare la propria infelicità.
Pia, che nell’idea di rifare al femminile Lolita scrive il Diario di Lo, provocando le ingiuste ire del figlio di Nabokov che fa sequestrare l’edizione americana del libro e le impone un accordo umiliante. Forse da qui, lo stimolo a un cambiamento che ci dà la più soave e incantevole Pia, in fuga dalla città per creare la sua seconda vita: piantare semi, zappare, concimare. Vivere per il suo giardino, trovando serenità e saggezza. Anche quando, per la malattia, deve percorrere con la carrozzina i vialetti, percorsi obbligati.

L’autore, abile nel toccante scavo psicologico, è onesto nel sondare in maniera dissacrante i rapporti personali, gravati – in riferimento a Rocco – dal senso di rimorso per una fase di distacco tra di loro, poi recuperata.
Nell’asciuttezza di una prosa intimista, essenziale, priva di arzigogoli, Trevi, uomo di delicata sensibilità, tracciando la personalità dei suoi due amici raggiunge in molti casi autentiche vette di poesia.
Un libro letto tutto d’un fiato, che consiglio.

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