Le classi dirigenti di qualsiasi società umana sono drammaticamente autoreferenziali. Da sempre. Capitribù, monarchi, imperatori, presidenti, ministri, parlamentari e i loro satrapi tendono invariabilmente a legittimare un principio secondo il quale loro occupano una posizione di potere perché in qualche modo lo meritano, “sono migliori”. I capitribù esibivano il gregge più numeroso o le braccia muscolose, i re si mettevano in capo la corona dorata che simboleggiava il sole con i suoi raggi, gli imperatori scendevano a patti con il Papa per ottenere l’investitura divina, i presidenti sfoggiano i risultati elettorali (non importa se conditi dall’inciucio). Sono comunque “i migliori” o come direbbe Orwell “i più uguali”, sostenuti da legioni (grazie Eco) di individui azzerbinati di fronte al potere. E se sono i migliori hanno ragione, sempre e comunque, guai a metterlo in dubbio. Non sono bastate le catastrofi, le estinzioni di massa, gli errori madornali, tutti i fenomeni che la storia ha documentato e che dimostrano quanto questa presunta infallibilità è illusoria: la classe dirigente è comunque convinta di avere ragione. Lo erano anche i Maya, gli abitanti dell’Isola di Pasqua, i Tolemaici o Luigi XVI che rimase fedele alle sue convinzioni anche quando venne incarcerato dai rivoluzionari. Furono tutti sonoramente smentiti. C’è uno strano meccanismo psicologico, apparentemente ineliminabile, che ci spinge a pensare che gli errori del passato siano dovuti ad una sorta di stupidità, di ignoranza che noi abbiamo fortunatamente e definitivamente superato. Peccato che sia un atteggiamento che si ripete ciclicamente e che, con tutta probabilità, anche i posteri utilizzeranno nei nostri confronti: derideranno i nostri errori come noi oggi deridiamo le teorie della terra piatta. Sarebbe divertente, se non si trattasse di un procedimento costoso e dagli esiti incerti, farsi ibernare e chiedere di essere scongelati tra qualche secolo, freschi come il pesce servito da alcuni ristoranti della riviera del Brenta.

Se lo facessimo dovremmo rassegnarci a vedere molte delle nostre convinzioni incrollabili confutate e derise come credenze e superstizioni ignoranti. I nostri nuovi contemporanei non attenderebbero neppure che asciugassimo la rugiada dello scongelamento, chiederebbero subito come potevamo credere che il PIL dovesse crescere all’infinito, o se davvero pensavamo di poter produrre impunemente le montagne di rifiuti vomitate quotidianamente dalle città dei nostri tempi. Magari sarebbero incuriositi da quello strano fenomeno secondo il quale eravamo stati indotti a pensare che i migranti fossero il problema, senza accorgerci che in realtà c’erano cause precise di quel fenomeno di cui erano tutti vittime, tranne i pochi che ne traevano vantaggio. E’ un meccanismo che ci dovrebbe fare riflettere e soprattutto ci dovrebbe spingere ad un “filino di autocritica”. Perché, ferma restando la relatività delle nostre certezze, il solo dato inconfutabile che emerge da questa riflessione è la desolante stupidità di coloro che, in qualsiasi epoca, difendono a spada tratta il sistema, il potere, l’establishment, specialmente quando lo fanno senza essere re, imperatori e neppure boiardi di stato. Lo considerano il modello perfetto, non hanno incertezze, deridono chi ha qualche dubbio e rispondono “è così che va il mondo”, frase che meriterebbe l’esposizione al Louvre, incisa su platino-iridio, quale paradigma della stupidità. Come diceva Gramsci “la storia insegna ma non ha alunni” e a me sembra, ahimè, che a marinare la scuola oggi siano in parecchi.

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