Il centro apre alle otto, ma tutte sono davanti al cancello già da un po’, e scalpitano per entrare, perché fuori fa freddo e l’aria è umida.

Ci sono tutte, arruffate dentro grandi cappotti, circondate da borse e buste rigonfie, un po’ a fare piramide a terra, un po’ addosso come enormi sfere appese all’albero di natale. Un dettaglio della cinepresa mostra le mani rigide e callose strette intorno ad un cartellino di riconoscimento. Ci sono Chantal, Edith Piaf, Simone Weil, Dalida, ma anche Lady D, Salma Hayek e persino Catherine Deneuve.

Sono le donne dell’Envol, il volo, centro diurno di accoglienza per invisibili, a Parigi. Dà assistenza a donne senza casa né altro, è gestito da Manu, Audrey, Hélène e Angélique, anche loro invisibili. Lo diventi quando passi le giornate immersa nelle vite di chi una vita non ce l’ha, e ti misuri ad ogni respiro con la ricerca di un letto, un lavoro, assistenza medica, con la solitudine, la depressione e con un’impalcatura che pencola sopra la testa, monitora il lavoro che fai e ti comunica che non sei produttiva, dunque niente più fondi, perché il tuo centro è ultimo nella percentuale di rendimento: l’autonomia delle assistite.

Le invisibili, produzione francese del regista Louis-Julien Petit, è al cinema e racconta la ricerca quotidiana di un posto nel mondo. Lo fa con uno sguardo ben imbrattato di realtà e con molta sanissima leggerezza.

Il film è una commedia. Non si direbbe dalle premesse, eppure Petit sceglie il registro dell’allegria rimanendo perfettamente aderente al vero.

La sceneggiatura è l’adattamento cinematografico del libro Sur la route des invisibles, scritto dalla giornalista Claire Lajeunie e frutto del suo lungo e accurato lavoro sul campo, con le tante, tantissime donne che in Francia vivono senza fissa dimora.

Un viaggio sorprendente che mostra disagio, sì, e solitudine, paura, fragilità, ma anche squarci di vite avvincenti e, contro ogni aspettativa, allegre. Le vite di donne che preferiscono l’autoironia all’autocommiserazione, come dice il regista. Ed è questo che Petit ha voluto mantenere nel film.

Perciò, nel lungo lavoro di casting, è andato alla ricerca di attrici non professioniste che davvero hanno avuto la strada come casa. In loro, come nelle donne raccontate da Claire Lajeunie, la durezza dell’esistenza è protetta, illuminata, alleggerita da una forza allegra, ironica, spiritosa. Donne piene di ingombri che sanno ridere.

Il lavoro di chi le segue, come le quattro assistenti dell’Envol, è cadenzato da fatica, frustrazione, una lunga teoria di sconfitte, ma anche da uno spirito caparbio, addolcito proprio da quell’autoironia che non scivola mai nel compatimento di sé e degli altri.

Ho pianto e ho riso guardando Le invisibili. Ma tra le due sensazioni ha prevalso una specie di sole tondo, grande e luminoso, che mi ha messo di buonumore e ha soffiato via per un po’ i lamenti quotidiani. Quanto peso perdono solo ad essere come Chantal che vuole trovare un lavoro ma vuole anche dire che ad aggiustare qualunque aggeggio meccanico l’ha imparato in prigione, o come Lady D che presenta il suo curriculum a nome della principessa o Catherine che dice di essere stata psicologa, una sua seduta dimostrativa diventa una lezione di yoga e a ondate casuali si addormenta perché soffre di narcolessia.

A tutte loro il regista ha chiesto di scegliere un donna che ammiravano. È così che sono nate Edith, Simone, Catherine, Dalida e le altre. Una schiera di guerriere provate dalle intemperie, forti, fragili, allegre e molto visibili.

Annotazioni: prima di arrivare alla regia Louis-Julien Petit ha lavorato nei set di Stephen Frears, Quentin Tarantino, Christopher Nolan e Martin Scorsese. Cito volentieri le attrici Audrey Lamy, Corinne Masiero, Noémie Lvovsky e Déborah Lukumuena che hanno vestito i panni di Audrey, Manu, Hélène e Angélique.

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