Conversazione con Elisabetta Sgarbi

Presentato pochi giorni fa alla Mostra del Cinema di Venezia, Extraliscio – Punk da balera di Elisabetta Sgarbi ha incantato gli sguardi.
Il film era nel programma delle Giornate degli Autori e lei ha vinto il Premio Siae per il talento creativo. Una magnifica creazione di spazi, luci, movimenti.
Tutto nasce dalla scoperta del gruppo di musicisti romagnoli Extraliscio: Mauro Ferrara, Moreno il Biondo, Mirco Mariani. Tre fuoriclasse: diversi, complementari, contraddittori. È la loro forza, la loro bellezza.
Eppure, la loro musica esalta e protegge l’intera cultura della Romagna, dove comunque: “Si ballerà finché entra la luce dell’alba”.
Elisabetta Sgarbi, regista, direttore editoriale di La nave di Teseo, ha creato e dirige la Milanesiana, laboratorio di letteratura, cinema, musica, arte, scienza, filosofia; donna bellissima, di temperamento e poesia, in questo film mette le ali a un mondo allegro e fumoso. Lo fa con le parole preziose dello scrittore Ermanno Cavazzoni e un brulicare di artisti spropositato.
A dire che la musica, il liscio e le sue diramazioni, vivono di contaminazioni. Acque profonde e sempre nuove.
Quelle del Po, che si mescolano e muovono senza sosta, si frammentano nel Delta, e poi, arrivano al mare.

Perché ha deciso di fare un film sul liscio?

Il film nasce da qualcosa che non so, da una improvvisa curiosità, da una passione improvvisa per questo gruppo, gli Extraliscio, che mi è stato presentato da Ermanno Cavazzoni. Il suggerimento di Ermanno mi è parso subito sorprendente: cosa ha a che fare Cavazzoni con il liscio? Eppure, appena li ho ascoltati dal vivo ho intuito un mondo dietro di loro che potevo raccontare, che il cinema mi dava la possibilità di raccontare.

In che modo Ermanno Cavazzoni le ha fatto scoprire gli Extraliscio?

In effetti io li ho incontrati per la prima volta nel racconto che me ne ha fatto Ermanno Cavazzoni, che mi ha indotto a invitarli alla Milanesiana. Qui li ho visti all’opera, e ho avuto un primo abbaglio. Non avevo capito a sufficienza, ma mi ero incuriosita, così ho inventato una nuova serata della Milanesiana per poterli reinvitare. Ho capito qualcosa di più, e a luglio dello scorso anno, del 2019, alla fine di quella serata, ho deciso di fare un film su di loro; che poi il cinema è il mio modo di approfondire. È la mia verticalità. Dovevo farlo a tutti i costi, anche senza produttore, senza finanziamenti esterni. È una produzione indipendente, sono io. Ma Ermanno Cavazzoni e quel suo primo racconto sono rimasti vivi in me. D’altra parte, il fatto che tutto parta da un racconto di Cavazzoni fa intuire quale vastità ci sia dentro gli Extraliscio. Cavazzoni è forse tra i nostri scrittori più imprendibili: lunare, comico nel senso della più alta tradizione comica della nostra letteratura, ariostesco, anti intellettualistico pur essendo coltissimo. Solo una persona del suo livello poteva intuire cosa c’era nel mondo degli Extraliscio.

E loro, Mauro Ferrara, Moreno il Biondo, Mirco Mariani, cosa le hanno fatto scoprire della musica?

È stato un progressivo e reciproco disvelamento. Ho imparato a conoscerli, ho provato a seguire il filo delle loro origini, poi il filo delle loro collaborazioni. C’è in loro una gioia profonda, che mi ha affascinato sin da subito. Poi c’è una caratteristica unica: i tre elementi principali del gruppo non potrebbero essere più diversi, sembra sempre un gruppo sul punto di disgregarsi eppure miracolosamente stanno insieme. Mirco Mariani viene da una formazione che non ha nulla a che fare con il liscio, anzi probabilmente la sua formazione avrebbe dovuto portarlo a non amare il liscio. Eppure, è in grado di fare entrare nelle sue composizioni le nuance del clarinetto in do di Moreno Conficconi e la voce così impostata sul liscio di Mauro Ferrara. E, d’altra parte, Mirco è in grado di aggiungere a dei classici di Casadei un tocco di assoluta novità, di portarli in territori nuovi e di valorizzarli ulteriormente.

Come sono entrati gli altri musicisti e attori nel film: Biagio Antonacci, Jovanotti, Elio, Orietta Berti… e tutti gli altri?

C’è molta musica, ma è un racconto. Il film è un viaggio che questo gruppo fa dalla Romagna, o da un luogo imprecisato non lontano dalla Romagna, a Milano. Dentro questo viaggio spaziale ci sono viaggi nel tempo e viaggi nelle discipline e nei generi: c’è il teatro degli Omini e di Antonio Rezza (con cui hanno collaborato per la canzone ufficiale del Giro d’Italia, dove Antonio simula una telecronaca travolgente su testo di Pacifico); c’è la musica classica: Michele Sganga esegue (con Extraliscio) un pezzo magnifico che Secondo Casadei scrisse alla morte di suo padre, si intitola “Dolore”, e lo esegue come se lo avesse composto Chopin, come se fosse un valzer di Chopin. E Mirco dirige l’orchestra di Extraliscio come se fosse un pezzo di avanguardia, con la partecipazione straordinaria di un attore, Leo Mantovani, completamente folle. Poi nel film c’è Francesco Bianconi con cui Extraliscio esegue “Il passatore”. E ancora c’è il rap: Extraliscio rivisita in 3/4, come fosse un valzer, un pezzo di Jovanotti, “Sbagliato”, mentre Lorenzo lascia per sé la parte rap. E poi c’è la tradizione ebraica: Extraliscio esegue “Gam Gam” riarrangiato come fosse una polka, e Mirco canta con sua figlia Gilda questo pezzo struggente che i bambini cantavano nei campi di concentramento quando venivano separati dai genitori. E c’è Vasco Brondi che esegue “Un bar sulla via lattea”. E tutto è attraversato da Ermanno Cavazzoni: che per me è il poeta in scena del “Turco in Italia” di Rossini. Ermanno è attore e narratore, nel suo racconto si compone il racconto.
E Extraliscio passa attraverso tutte queste metamorfosi: per questo dico che è un gruppo indefinibile. Ed è bello così.

Secondo lei cos’è il liscio per la Romagna?

Il film inizia con una battuta che abbiamo scritto, non vera, ma che dà il senso di quello che per me sono gli Extraliscio: il gruppo sta facendo una audizione improbabile, in un set magnifico, sul Delta del Po, davanti a un manager e un discografico molto scettici (impersonati da due veri manager Franz Cattini e Mario Andreose, entrambi dallo sguardo naturalmente severo e fulminante), che si congedano da loro molto perplessi. Il manager, Cattini, chiama al telefono e dice: “È un gruppo romagnolo. Si chiama Extraliscio. Sì, Extra-liscio. No, in Romagna non li vuole nessuno.”
Ecco, non è vero che in Romagna non li vuole nessuno, ma è vero che fa parte di Extraliscio una certa iconoclastia, sono dei parricidi: loro la tradizione la conoscono e la amano e quindi la capovolgono. Ripeto, seguono la musica, e la musica va dove vuole, spesso anche controcorrente.

Dopo aver fatto questo film, cos’è il liscio per lei?

Per me il liscio è Extraliscio.

Nel film ci sono ambienti magnifici, alcuni trasognati, surreali, come li ha immaginati e scelti?

Per me era chiaro dovesse essere cinema. E per me cinema è anzitutto invenzione di spazi, immaginare spazi. Ci sono luoghi per me del sogno in cui ho immerso gli Extraliscio, per renderli lunari. Il Delta del Po, la Sacca di Goro, la pianura ferrarese, Ca’ del Ballo a Ravenna, Tuttoferro a Bologna. Gli Extraliscio sono Extra e volevo continuamente decontestualizzarli.

Ci sono paesaggi bellissimi, anche lungo il Po. Dove avete girato?

In uno dei luoghi a me più cari, la Sacca di Goro, guidati da un amico che vive a Gorino, Doriano Cazzola, grande conoscitore e cantore del Delta.

Ermanno Cavazzoni è l’autore del testo e la voce narrante del film, sembra un meraviglioso libro parlante. Com’è nato il testo per il film?

Ermanno sposa due elementi fondamentali del film. Le sue movenze elegantissime e sinuose, la sua figura slanciata che catalizza lo sguardo, la sua capacità attoriale, la sua voce, le sue pause da vero attore. E poi la qualità del testo scritto mentre nascevano le scene da girare. Io gli mandavo alcuni spunti legati ai luoghi e alle sequenze che immaginavo, lui le trasformava in un racconto pieno di vigore e lirismo.

Lei è il direttore editoriale della casa editrice La nave di Teseo. Quanto è importante la scrittura nel cinema e in questo film in particolare?

In questo film Ermanno Cavazzoni recita il poeta che è. E per me ha il ruolo del poeta nel “Turco in Italia” di Rossini, che commenta le scene mentre accadono, a volte lui le evoca dal suo cilindro.

Ha studiato farmacia, com’è passata dalla farmacia all’editoria?

Ho studiato farmacia per dovere, perché impostomi dai miei genitori. Mi sono laureata, specializzata e ho fatto il tirocinio. Assolto il mio dovere, ho voluto prendere la mia strada. E grazie ad Antonio Cibotto prima e Mario Andreose poi ho iniziato la mia vita editoriale. E, sebbene abbia odiato farmacia nella mia adolescenza, ora mi sono riconciliata con quegli anni, riuscendo a cogliere anche l’utilità.

La dedica è a sua mamma, Rina. Le piaceva ballare?

Una delle leggende che la accompagnavano è quando, durante la guerra, il prefetto di Ferrara violò il coprifuoco, volendo fare un ultimo ballo con lei. Ma mia madre ballava sempre, anche senza musica, era un moto perpetuo. Per questo le ho dedicato questo film, legato alla sua Romagna, “A mia madre Rina, che ha ballato”.

Foto di copertina: Elisabetta Sgarbi con Extraliscio, Mirco Mariani, Moreno il Biondo, Mauro Ferrara, e Eugenio Lio alla Mostra del Cinema di Venezia.
Ringraziamo Elisabetta Sgarbi per la foto.

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