Si resiste una settimana, dieci giorni.  Poi ricomincia il darsi da fare. La frenesia di dire la propria, di comunicare. L’ambizione di avere la trovata giusta. Il guizzo. L’idea in più. Senza chiedersi se fregherà a qualcuno? Se ho davvero qualcosa da dire degno di nota? L’esibizionismo più che il narcisismo è la nostra malattia. Anzi, sono uno figlio dell’altro. Esibire la nostra intelligenza. Le nostre trovate. Il nostro essere migliori. Il nostro sapere. Tutti, chi più chi meno, pontifichiamo. Me compreso. Ognuno vuol far vedere di aver letto il libro giusto. Quello che prevedeva, che anticipava le implicazioni. Così l’intellettualismo e il compiacimento rimontano a cavallo della pandemia. La società dei selfie, di Instagram, degli influencer, degli youtubers. Un magma proteiforme. Indomito. Lo fermi da una parte, risorge dall’altra. Siamo sempre e comunque immersi nella società della comunicazione. Spiati, monitorati, sorvegliati. Siamo una particella del villaggio globale. Mi ero illuso di questo silenzio, di questo rallentamento. La pandemia ci scuoterà. Mi sveglierà. Mi farà trovare degli spazi. Probabilmente, sicuramente, sto diventando sempre più misantropo. Mi sono sbagliato.

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