(seconda parte)

Pitor xe omo spinà da vision
che el se la sua a tor de volta el vento.

Il pittore è uomo spinato da visioni
che se la suda a prendere di volta il vento.

(da Osèo gemo)

«Ero bambino, quando con mio padre andai a vedere l’Assunta ai Frari. Mi colpì qualcosa che mi sovrastava. Non era solo il colore. Pochi giorni prima, passando dal Canale delle Giudecca (…) vidi una barca appena dipinta di bianco fresco. Dondolava sul verde marcio dell’onda e mi sembrò un’apparizione. Ecco il mistero di riproporre quell’emozione mi ha perseguitato per tutta la vita.¹»

Quel giorno il padre gli disse: «Vedi, ragazzo mio, i colori non sono come li vedi, ma come devono essere su un quadro.²»

Eugenio Tomiolo con il suo torchio a mano, ora conservato presso la Fondazione Fioroni di Legnago

Eugenio Tomiolo non s’arrestò mai davanti a ciò che può sorprendere e “perseguitare” l’occhio. O inquieta e agita la mente. O a ciò che trascina i sensi fino a turbare il sentimento. Qualsiasi oggetto, la sua coesistenza, lo stupiva. Nella sua vita ha sempre cercato di cogliere – trasferendola nell’arte – «una doppia e unitaria vitalità: l’uomo e il mondo, uno e due insieme, forme che partecipano di un medesimo destino e però si confrontano in strutture diverse: sono contrari che si fondono, tuttavia espressi nella loro diversità.³»

Di fronte alla difficoltà di “fare” un quadro si è sempre esposto con la concretezza che ha l’uomo di scienza davanti alla natura. E non ha mai sperimentato nulla che non fosse attraverso «la forza del suo sentimento e il bisogno di chiarezza del suo pensiero […] La sua originalità è nel dipingere il pensiero che ha del mondo con la modestia di aderire al mondo. Intuisce una vita interna alle forme e una loro partecipazione cosmica ma non può ignorare il senso della loro singola apparenza: le cose non sfuggono alla loro forma.⁴»

Questo il motivo per cui la sua produzione artistica è di una straordinaria ricchezza espressiva. È potente, anche se all’apparenza sembra un pittore di cose nulla. Ma che nulla non sono: un pane è un pane, un pesce è un pesce… le cipolle danzano e i “Cavalli” del 1966 – tre, con il muso nella mangiatoia, e uno che ci guarda, ancora bardato degli strumenti del lavoro – ci raccontano la “fatica” nei campi.

Un mondo poetico saldo e maturo, dove compaiono molti dei modi che l’arte moderna ha invece cercato di isolare fino ad impoverirli: la fiaba, l’ironia, il segno infantile, il sogno, l’apparizione – carica di misteriosa energia – che le cose quotidiane emanano.
In questa sua continua ricerca, Eugenio Tomiolo ha sempre tentato di dialogare con Dio:

Caparbio so de serto a sercar Dio,
che son ligà a ‘na crose che son mi.

(Caparbio son di certo a cercar Dio, / ché son legato a una croce che son io.)

Si protende verso le cose con una fiduciosa ignoranza: El no saver no me turba.
“Non turbato dal non sapere”, va alla ricerca di quella perfezione che orni di bellezza e di eleganza il vissuto. Una poesia che pertanto parla a Dio, che lo cerca per cantarlo, che parla all’uomo e a tutte le cose dell’uomo:

Poeta tristo che sa far le rime,
che’l perde amor rumando nel mestier,
sta sora mì ‘na fiasca benedeta
tegnua da ‘na man che no’ se vede.
Mi tremo dal piacer che me maneta
senza tocarme e senza torme fede.
Come xe grando el mondo ne i so modi,
lo sento drento de mì com’infinìo.
Fame maurar, sol mio, fame ‘l favor,
che possa cantar giusto del Signor.

(Poeta tristo che sa far le rime, / che perde amore cercando nel mestiere, / sta sopra di me una fiasca benedetta / tenuta da una mano che non si vede. / Io tremo dal piacere che mi maneggia / senza toccarmi e senza togliermi la fede. / Come è grande il mondo nei suoi modi, / lo sento dentro di me come infinito. / Fammi maturare, mio sole, fammi il favore, / che io possa cantare giusto del Signore.)

«Il poeta è l’unico uomo che non è mai solo; è sempre in compagnia. Di che cosa? Non si sa di che cosa. Tutta l’attività del poeta consiste nel cercare di dare un nome alla compagnia in cui è, dare un nome al Chi o Che cosa che lo accompagna. Quindi diciamo che il poeta ha dialogo e non soliloquio. Sono i materialisti che hanno soliloqui. Sono chiusi nella materia e si sentono disperati⁷», ebbe a dire Eugenio Tomiolo all’amico Franco Loi durante uno dei loro incontri a Milano.

“Fare una poesia che resti su per aria”, il desiderio di Tomiolo (come si è detto nello scorso appuntamento con i lettori di questa rubrica), intendendo esprimere così, con una visione cosmica della realtà, un suo convincimento: «Ia nobiltà del poetare come respiro dell’uomo e l’impalpabilità dell’essenza delle cose.⁸»

Autore di versi memorabili – Erba te pesto, te domando scusa (Erba ti pesto, ti chiedo scusa); Contime vento quel che gò desperso (Raccontami vento quello che ho disperso); Stemo lizieri sora de la rosa (Stiamo leggeri sopra la rosa) – «è poeta di un verso ricco di significati, concluso e metaforico, in lui prorompente la forza della poesia, nell’antico rispetto del nesso tra la parola, emozione, cosa e devozione al mistero cosmico.⁹»

A tal punto che non si può non accoglierne l’insegnamento:

Me vegno par canal, do remi in crose,
premando* nel ciaror de la giornada
co’ dosso el ricordar ombrìe amorose.
No piove pian la polvare su tuto,
quelo che verze, dopo ancora sèra;
vogo vardando cossa xe che’l sia
.¹⁰

*Premando (remando portando la barca a sinistra)

(Io vengo per il canale, due remi in croce, / remando nel chiarore della giornata / vestito del ricordar ombre amorose. / Non piove piano la polvere su tutto, / quello che apre, dopo ancora chiude: / vogo guardando cosa possa essere.)

La modestia, dunque, ma anche il coraggio delicato che porta il poeta ad avvicinarsi con speranza alle forme, presentendone quell’essenza che già Dante aveva giudicato imprendibile: Oh quanto è corto il dire e come fioco… (Paradiso, XXXIII).

Amore per le forme materiche e sentire, insieme, l’inadeguatezza della parola a darne un segno che sia eterno. Il verso quale tramite alla realtà, l’immagine quale allegoria:

El mondo xe pitura e mì ghe stago;
no importa cossa el veda, cossa el fassa
sto me penèlo desfinà da l’uso.
Vardo natura farse alegoria,
che la se volta par mostrarme el viso
.¹¹

(Il mondo è pittura e io ci sto; / non importa cosa veda, cosa faccia / questo mio pennello estenuato dall’uso. / Guardo natura farsi allegoria, / che si volta per mostrarmi il viso.)

Eugenio Tomiolo ama l’arte e la vita. Sa bene che la poesia non dà nessuna garanzia, invita piuttosto alla pienezza del vuoto. Offre solo la contraddizione della forma e un andare incerto verso la verità. Sa che la vera poesia è sempre sconveniente, perché la tendenza degli uomini è quella di piegare verso ciò che è falso ma rassicura, ciò che non ha consistenza reale ma può essere dominato e compreso dalla mediocrità. Mentre, invece, è proprio dell’operare di Tomiolo «donare pitture che fan pensare e versi che sanno incantare¹²»:

Sì, la poesia se mostra sempia e grama
sensa l’amor de Dio che la aluma,
dandoghe de quel fià che leva el pìe
.¹³

(Sì, la poesia si mostra insipida e misera / senza l’amore di Dio che l’illumina, / dandole quel vigore che solleva il piede.)

Grando xe ‘l dir che belo xe l’Amante,
vardando i mondi al chieto mi me stago,
che nel mostrarse i par cussì busieri.
Vardo ‘l pensier che varda le so vie.
No val de star al zogo fando i bari.
¹⁴

(Grande è il dire che bello è l’Amante / guardando i mondi io sto al quieto, / che nel mostrarsi sembrano così bugiardi. / Guardo il pensiero che guarda le sue vie. / Non vale stare al gioco, barando.)

Tomiolo era in anticipo sui tempi. È del 1961, per esempio, un suo ciclo di opere grafiche che intitola Industria fiorita, dove pensava già ad una trasformazione del paesaggio industriale, mortificante e carico di veleni, in una specie di giardino. Ecco allora i muri delle fabbriche riempirsi di rampicanti, le ciminiere con nuvole di freschi colori come arcobaleni: è il simbolo del lavoro riscattato, dell’uomo che muta le sue prigioni in luoghi di libertà e pace. Una visione, lo vediamo oggi, che esprime uno dei temi più brucianti ed angoscianti del nostro tempo. Una favola realistica dove l’integrità della natura, e quindi dell’uomo, è posta come fondamento del vivere. Ed Eugenio Tomiolo è stato un uomo, un artista e un poeta, che ha praticato su di sé ciò che poi consigliava agli altri:

E vivi se ti vol essere vivente
e va sui prai, dei fiori e erbe basa,
le verità che xe precluse aceta.
Va e camina, varda farse el mondo
al disegnar coreto, o divin modo.
State a la bona indove ride el tuto,
godite el fresco e godite l’arsor,
no credar d’essar solo, tanto vive
cantando la so vita che descore,
quelo che dona, sa far ben le parte.
Da su ‘sta mura buta tuta l’ua,
susà, furà, sugà, scura de ave
.¹⁵

E vivi se vuoi essere vivente / e vai sui prati fioriti e bacia le erbe, / accetta le verità che sono precluse. / Vai e cammina, guarda farsi il mondo / al disegnare corretto, o modo divino. / Stai dalla parte buona dove ride il tutto, / goditi il fresco e goditi l’arsura, / non credere di essere solo, tanto vive / cantando la sua vita che trascorre, / quello che dona, sa far bene le parti. / Dall’alto di questo muro butta tutta l’uva, / succhiata, rubata, asciugata, scura d’api.

Guardare il mondo con meraviglia, sentirsi vivi dentro la libertà dei propri sentimenti e della vocazione, qualunque essa sia, a cui siamo stati chiamati. Questa, in sintesi, la lezione di Eugenio Tomiolo.
La parola non è mai definitiva.
È dialogo.
È andare per le strade della vita alfabetizzando:

Poesia xe Lu e mi è quei che scolta…

Poesia è Lui e io e quelli che ascoltano…

(Continua e finisce nel prossimo appuntamento)

Note

1 – Eugenio Tomiolo (dai suoi appunti).
2 – Franco Loi incontra Eugenio Tomiolo, 1951 (dagli scritti in www.eugeniotomiolo.it).
3, 4 – Franco Loi, in E. Tomiolo (catalogo Riello, 1967).
5, 10, 11 – Eugenio Tomiolo, da Farse la luna (Liboà, 1994)
6 – Eugenio Tomiolo, da Osèo gemo (Scheiwiller, 1994).
7 – Eugenio Tomiolo (dai suoi appunti).
8, 9 – Franco Loi, dall’introduzione a Eugenio Tomiolo. El mondo xe pitura (Perosini editore, 1996).
12 – Franco Loi, in Tomiolo, lassa che i se tasa (“Al buon vernacolo”, Il Sole-24 Ore, 7 luglio 1996).
13, 14, 15 – Eugenio Tomiolo, da Aqua (Scheiwiller, 1991).

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