Forse sbaglio io. Forse sbaglio a stare troppo connesso. A scorrere i social. A tenere il cellulare a portata. E allora mi arrivano dentro tutte queste cose. Quelli che cantano insieme, o da soli, dai balconi. È una cosa bella, s’intende. Dà il senso del popolo. Della comunità, parola da riscoprire. Quelli che fanno appelli. Quelli che segnalano i musei da visitare sul web. Quelli che dicono di leggere i libri. Quelli che fanno i tutorial. Su come lavarsi le mani. Su come asciugarle. Su come soffiarsi il naso, mettersi la mascherina, i guanti, rispondere al poliziotto che ti ferma. Divertente quello di come fare il tapis roulant senza averlo. Poi c’è il bombardamento di mail che annunciano l’annullamento di eventi, concerti, reading, presentazioni, dibattiti cui nessuno, io di sicuro, aveva pensato di partecipare. Siamo perennemente al telefono. Su WhatsApp. Su Skype. È un frastuono continuo. Un rimbombo. Tutti vogliono dire. Consigliare. Far sapere. Poi ci sono gli aggiornamenti, forse troppi. A rullo. A singhiozzo. In contraddizione tra loro. Le notizie sono notizie. Come si fa? Siamo in guerra. Fastidio.

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