La Casa dei Tre Oci presenta la prima retrospettiva dedicata al grande Fulvio Roiter, dopo la sua scomparsa nel 2016, con 200 fotografie per la maggior parte vintage, che raccontano l’intera vicenda artistica del fotografo veneziano.L’esposizione curata da Denis Curti, resa possibile grazie al prezioso contributo della moglie Lou Embo, mostrerà tutte le fotografie che Roiter aveva messo nei libri, un centinaio di pubblicazioni, quasi duecento fotografie firmate e quasi tutte timbrate, mantenendo al 90% le stampe originali; il curatore ha specificato che è stato chiesto un prestito al circolo fotografico La Gondola, di cui Roiter era socio, ed alla Luchi Collection.

Denis Curti avrebbe intitolato la mostra “un altro Fulvio Roiter”, in quanto questa non è una mostra su Venezia, ma tratta tutta l’ampiezza e l’internazionalità del suo lavoro, che gli ha permesso di ricevere nel 1956 il prestigioso premio Nadar con il libro Umbria, terra di San Francesco e nel 1978 il Grand Prix a Les Rencontres de la Photographied’Arles, con Essere Venezia.

Un bianco e nero aspro, assai contrastato, ruvido, e nello stesso tempo raffinato, equilibrato, originale, pulito, quasi alla ricerca della perfezione, seguendo ogni passaggio delle stampe fotografiche che doveva seguire personalmente, aiutato dalla moglie Lou, nella camera oscura allestita in casa sua, e della grafica e dell’impaginazione dei suoi libri.

Il percorso espositivo procede in modo fluido e scorrevole in nove sezioni partendo dalla stagione neorealista delle fotografie in Sicilia ed in Andalusia dove girava con un Mosquito che scaricava dal treno, alla ricerca di quei luoghi dell’anima, che ne hanno ispirato la poetica, poiché sono il risultato di momenti voluti, ricercati, scattati giorni dopo, alla ricerca della luce giusta o dell’assenza di persone.

“L’abitudine distrugge l’occhio e questo luogo non si vede più a forza di abitarci” riferendosi a Meolo, un piccolo paese dell’entroterra veneziano e negli scatti di Roiter troveremo un altro modo di fare fotografia, per la cura e la ricerca rca dei particolari e della bellezza, volendo integrare le persone nel loro ambiente e non particolarmente interessato a fotografare Venezia come città artistica.

In mostra c’è una video proiezione della durata di 25 minuti, in cui il fotografo e perito chimico racconta come sia stato a Rovigo per un anno perché c’era una specializzazione sugli idrocarburi, e lui abbia fotografano nella campagna un platano a croce, una fotografia molto spoglia che porterà a far vedere a Paolo Monti, da cui aveva imparato moltissimo, che fu esposta a Brera e segnò l’inizio della sua carriera.

La sua prima macchina fotografica costò 600 lire, gli fu regalata dal padre e gli doveva servire per “cogliere il fantastico della realtà”, come hanno potuto spiegare le donne di Roiter, cioè la moglie Lou, le due figlie e la nipote Jasmine, per la passione e l’amore per “le fotografie del Nonno, che sembrano graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare ancora più reali”.

L’esposizione che spazia in un arco di produzione artistica di 60 anni, ci offre immagini di Venezia e la sua laguna, ma anche dei viaggi a New Orleans, in Portogallo, in Brasile ed in Belgio dove Roiter incontrò la fotoreporter Lou Embo e lì, “in un clima di impostazione fotografica è nata nella maniera del tutto naturale ed evidente la decisione di unirsi con il matrimonio”.

Mentre Lou mi faceva la dedica sul ricco catalogo della mostra, mi sono permessa di chiederle alcuni aneddoti sul suo rapporto umano e professionale durato quarant’anni con un uomo così importante che la portò due anni fa, come spinta da una missione, a fare un appello sul Gazzettino, per ricordare Fulvio, chiamato il doge di Venezia, doge no, ma cittadino si; mentre mi parlava i suoi occhi brillavano di amore.

Riporto qui le parole di una valente fotografa, Sandra Zagolin, che avendo vinto nel 2013 un concorso indetto da Leica, andò a trovare nella sua casa al Lido Fulvio Roiter, per un progetto sui mestieri a Venezia e lui come fotografo, aveva sicuramente contribuito alla storia della fotografia italiana e nel mondo: “Fulvio si dimostrò molto affabile e simpatico, rimasi un intero pomeriggio a parlare con lui, mi fece vedere i suoi lavori più importanti e rimasi profondamente colpita dagli scatti nella foresta amazzonica, in quanto io stessa sognavo da tempo di poter documentare le popolazioni in via di estinzione nelle zone più remote della terra e Roiter mi disse: Se ci credi buttati”.

Con l’occasione gli mostrai anche parte del mio lavoro che avevo eseguito fino ad allora, ottenendo un lusinghiero apprezzamento; decisi quindi di immortalarlo e gli chiesi di farlo nella sua mansarda dove c’era una grande parte del suo archivio, fatto di diapositive e negativi, nonché delle sue amate macchine fotografiche e lui me lo concesse”.

Una mostra importante che merita di essere vista per l’aspetto artistico e l’insegnamento minimalista delle sue fotografie; Fulvio Roiter ci ha lasciato una eredità culturale molto precisa, e Lou ha spiegato come per lui l’immagine non si fermasse alla semplice riproduzione bidimensionale della realtà, ma acquisiva lo status di “oggetto dotato di memoria”, materico e poetico.

La mostra alla Casa dei Tre Oci in Fondamenta delle Zitelle, 43, è visitabile fino al 26 agosto 2018 tutti i giorni dalle ore 10 alle 19, chiuso il martedì.

(La foto di Roiter è di Sandra Zagolin)

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