Non è che non mi piaccia stare a casa. È che lo spazio vitale sta tutto concentrato nel pensiero.
Bello, bellissimo. Vorrei averlo il tempo per richiamare pensieri rilassati, quando tempo non ce n’è e le giornate sono corse ad ostacoli da quando ti alzi a quando ti corichi.
Pensieri stesi per bene sulla fronte come un visore 3d che però, per carità, non ti faccia venire la nausea.
E adesso, chiusa in casa fatico ad aprire la porta alle sinapsi che pulsano nella testa. Sono in fermento, solo per andarsene tutte fuori.
Sì, fuori. All’aria aperta, nel silenzio della strada, lungo i viali e giù giù fino al Parco San Giuliano, sulla carta il più grande d’Europa in verità il più striminzito. Per l’estensione limitata e soprattutto per via degli alberi che da quasi vent’anni non ce la fanno a crescere sulla terra di risulta, fatta tutta di scarti e scorie tenebrose.
Mi ricordo quando l’hanno inaugurato nel 2004. Dopo un po’ ci sono andata a fare un giro. Era estate, una di quelle estati soffocanti e limacciose che si sentono qui. L’aria era ferma e il respiro tirava su qualcosa di solido dal naso fino in gola.
All’ingresso della Porta Rossa mi sono fermata. Davanti si stendeva una prateria sconfinata fatta di una sottile e diafana schiuma bianca. Niente erba, non si vedeva per via di quella ragnatela umida poggiata sopra. L’unica increspatura erano gli alberelli, minuti sottili bassi, occhieggiavano su tutta la superficie spuntando dalla schiuma come tanti folletti.
Uno dei primi pensieri davanti a quella brughiera è stato Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton. La bruma solida alla base degli alberi era la stessa.
Certo, a San Giuliano ti senti libero. Hai il vuoto dentro e la laguna appesa in fondo come un gigantesco schermo.
Ecco, in questi giorni vietati lo faccio di uscire ogni tanto. Mi vesto leggera e termica come i corridori della domenica, aspetto sia passato metà pomeriggio e mi avventuro. No, l’autocertificazione in tasca non la porto. E cosa ci scrivo poi, che vado a respirare al parco?
Fuori non c’è quasi niente. Neanche i rumori, a parte i rami e le foglie degli alberi sul viale, qualche merlo sui praticelli a bordo strada e qualcuno in volo sopra le antenne e i fili del tram (che passa a cadenza regolare, in su e in giù, quasi vuoto). Qua e là fanno la ronda pattuglie della polizia o dei vigili. Ma scorrono a venti all’ora e non dicono niente a nessuno. Basta non fare capannelli.
Sfilo lasciando dietro di me il fruscio della giacchetta termica e mi sento come un nuotatore in apnea dentro una piscina senz’acqua. Ma continuano a dirmi che devo trattenere il respiro.

Elena Cardillo è veneziana. Come dice il suo profilo su questo sito (scrive da qualche anno di cinema per remweb.it), è appassionata di cinema e parole. In effetti i suoi studi sono stati di giornalismo e immagini in movimento. Di cinema si occupa nel suo lavoro, mettendoci ogni tanto anche qualche parola scritta.

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