Da anni il centro storico si sta spopolando e non è difficile immaginare il perché. Curiosamente, mentre gli esseri umani fuggono verso le villette a schiera della prima periferia, nel cuore della città hanno iniziato ad arrivare nuovi abitanti.

Ad esempio, la gazza. Ho vissuto l’infanzia in un isolato ai margini del centro storico, ricco di verde e di merli, tortore e passeri, ma non ricordo avvistamenti di gazze in città. Per me è sempre stata un animale quasi mitico dei racconti di vita contadina, famigerata per l’attrazione verso gli oggetti luccicanti e la destrezza nel furto.

Oggi la gazza è una qualunque bestia di città come il piccione o, meglio, come la cornacchia, con cui condivide la famiglia di appartenenza e i gusti alimentari molto adattabili: capita di vederne piccole bande becchettare perfino le carcasse delle nutrie ai margini delle statali. 

Da qualche tempo, dunque, non è uno spettacolo inusuale osservare qualcuno di questi corvidi bianchi e neri saltellare sulle tegole di palazzo Roverella, nel salotto buono della città. E nel quartiere in cui vivevo assieme ai nonni si spartisce cibo e spazi non solo con merli, tortore e cinciallegre, ma anche con altre nuove arrivate dalla campagna, le ghiandaie.

Poi ci sono le tre gazze che bazzicano, ormai presenza fissa, la fiera in città, al seguito di Franco, un artista di strada, che si esibisce in simpatiche gag in cui i tre volatili danno sfoggio della propria abilità: ad esempio, rispondendo alle richieste dell’artista e cercando, afferrando e portando nelle sue mani piccoli oggetti, come sigarette o pezzetti di carta (potete ammirarle anche qui). Adulti e bambini restano a bocca spalancata, naturalmente. Sarà perché non ci si aspetta tanta intelligenza da un pennuto dalla testa così piccola. 

Eppure per le gazze vale quanto raccontato sulle cornacchie. Per dirne una, la gazza è capace di riconoscere se stessa allo specchio, capacità non proprio comune tra gli animali, sicuramente rarissima tra gli uccelli. 

E ha anche la fortuna di essere bella. Quando mi capita di vederne una planare dall’alto, con la lunga coda tesa e il suo elegante modo di ondeggiare nell’aria, mi suona in mente l’ouverture di Rossini che porta il suo nome, come ad accompagnare quel suo danzante planare dal cielo alla terra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *