Il Presidente umettò le labbra, lo strato sottile del lip gloss era ancora impeccabile a fine mattinata, rassettò i capelli con un gesto meccanico, tolse il foulard e lo poggiò sul piano di cristallo.
Attese che il segretario fosse uscito dall’ufficio e si rivolse con aria complice al Direttore Commerciale, seduto di fronte alla scrivania con un sorriso sicuro di sé e un tailleur grigio stirato di fresco.

“Sai com’è… ragionano con l’uccello. Nei pomeriggi delle partite di coppa non rendono: sono già con la testa davanti alla TV”, scuoteva il capo con aria rassegnata.

“Hai ragione, se ne metti uno vicino a un’impiegata carina si distrae e magari la molesta… io cerco di non assumerli, ai colloqui li metto in difficoltà e favorisco i candidati donna. Se le cose sono sempre andate così ci sarà pure una ragione!” Lo disse con un’alzata di spalle e aggiunse: “Certo, dobbiamo salvare la forma, specie adesso che ci sono questi cazzi di quote azzurre, ma io faccio gli interessi dell’azienda, non me ne frega nulla della parità di genere… il fatturato non lo faccio mica con quella!”.

Immaginiamo come sarebbe il mondo del lavoro se fosse femminista, nel senso peggiore della parola intendo. Probabilmente le donne non sarebbero davvero così ottuse, ma per capire come effettivamente vanno le cose oggi, proviamo a ribaltare gli stereotipi della sottocultura maschile. Prima di assumerci ci chiederebbero se giochiamo a calcetto (“sono idioti, credono di avere sempre vent’anni, poi si fanno male e mi stanno due mesi in malattia”), ci offrirebbero salari inferiori alle nostre colleghe donne con la stessa mansione, ci giudicherebbero per il nostro modo di vestire e magari farebbero fare carriera a quello più “bono”, indipendentemente dalle sue capacità. Saremmo i primi ad essere licenziati quando c’è crisi. Capufficio attempate ci obbligherebbero a prestazioni sessuali poco gradite e ci affibbierebbero soprannomi legati al nostro aspetto fisico, senza alcun rispetto per la nostra dignità e la nostra sensibilità: saremmo Franco-palle mosce, Alberto-cazzo duro, Filippo-culone. Mi chiedo come sarebbe se noi maschi all’uscita dal lavoro ci dovessimo scapicollare al supermercato a fare la spesa, passare all’asilo a recuperare i figli, preparare la cena e pulire la lettiera del gatto. Mentre loro, le donne, si rilassano con le colleghe al bar, dopo una dura giornata di lavoro, ammiccando al barista con i jeans aderenti. E la cosa che mi dà più fastidio è l’ipocrisia con cui si affronta un tema così rilevante: la retorica stupida dell’otto marzo, le quote rosa come se l’alchimia fosse la soluzione, i neologismi ridicoli e cacofonici della genialità boldriniana.

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