Usciva nel numero di giugno 2018 della rivista REM questo articolo di Vainer Tugnolo.
Lo pubblichiamo oggi su remweb per ricordare Gianni Celati che ci ha appena salutati tutti.

Un grande dolore perderlo. Un grande piacere leggere di lui, e continuare a leggere le sue parole, il suo sentire, il suo stare al mondo.

Gianni Celati, marzo 1983. Foto di Luigi Ghirri

di Vainer Tugnolo

“Oggi sembra che i docenti universitari siano costretti da un boia superiore a fare i boia dei testi letterari estraendo qualcosa che si dovrebbe chiamare il significato di un racconto”.
Se c’è un’affermazione di Gianni Celati che spiega bene il suo modo di vedere e di attribuire alla letteratura uno scopo possibile, per nulla scontato, è quella appena citata: in pochi, nel panorama culturale italiano, si sono scagliati contro le abitudini consolidate di un certo modo di fare critica, di studiare e di interpretare  i racconti, di spiegare  i testi e gli autori, di scavare nel significato delle parole e nelle intenzioni del narratore: un vortice potentissimo, una volontà instancabile, vorace, di ridurre tutto a una stringa, a un’equazione con un’unica, accettabile, illuminata soluzione.
Sui docenti universitari Celati aveva le idee chiare: “la maggior parte tengono alla loro materia come un territorio in cui gli estranei non possono metter piede. C’è uno scrupolo di spiegare: una delle grosse colpe dei professori seri è il volere il dato di fatto, l’asserzione, la spiegazione, questo blocca l’immaginazione, la fantasia”.
È l’inizio di un allontanamento progressivo, dopo gli anni di insegnamento al DAMS di Bologna a partire dalla seconda metà degli anni ’70, dai modi di fare e di imporre una certa didattica, dentro e fuori gli atenei italiani, tanto da indurlo a fuggirne il prima possibile.
Troppo lontani dai meccanismi del sistema culturale, dalla scuola all’editoria, il ruolo e il significato che Celati attribuiva alla narrazione nel suo complesso, troppo diverse le origini e la funzione che la dimensione del racconto aveva sempre ricoperto, secondo lo scrittore emiliano, ma nato a Sondrio, nella cifra delle relazioni umane.
Le storie non hanno un inizio e una fine, ma c’è un flusso che scorre per sempre, il vero gioco del narrare deve in qualche modo illudere che i fatti siano collegati l’uno all’altro, che sorga evidente, dagli intrecci fra le parole e le visioni che richiamano, la costante presenza di un prima e di un dopo.
“Una cosa che non si può insegnare ai bambini, che si apprende dai processi familiari e quotidiani. Conta veramente solo l’aspettativa di ciò che deve accadere, l’unica vera giustificazione del raccontare, e anche dello scrivere”.
Una visione che Celati traduce molto bene anche negli scritti prodotti durante il suo vagare attraverso la Pianura Padana e la sua propaggine estrema, il Delta, un territorio percorso di frequente in cammino, lungo gli scoli di campagna e sopra gli argini dei fiumi, con l’ausilio di un taccuino consunto su cui annota frammenti di pensieri e di sogni, mescolandoli alla leggerezza di uno sguardo circolare.

Il retroterra mentale, fatto di incontri, progetti e riflessioni, che porta a libri come Narratori delle pianure e Verso la foce, è costituito innanzitutto dall’incontro con il fotografo Luigi Ghirri, nel 1981, che gli propone di partecipare a un grande progetto di descrizione del paesaggio italiano.
Nell’ambito di questo lavoro, che vede la partecipazione anche di nomi che diventeranno a breve figure importanti nel panorama italiano della fotografia (Guido Guidi, Gabriele Basilico, Olivo Barbieri ed altri, circa una ventina), a Celati viene affidato il compito di scrivere sul paesaggio post-industriale del nostro Paese: questa la ragione per la quale inizierà a girare per le campagne della Penisola, con Ghirri e da solo, a piedi e in autobus.
Con i quattro diari di viaggio di Verso la foce, resoconto anche dei passaggi sul Delta, fra il 1983 e il 1986, Celati registra il flusso di luoghi dove non accade nulla di eclatante e il quotidiano scorre lento: sembra quasi coglierne il respiro, comprese le apparenze, ma senza quello che potremmo definire il senso, e senza manifestare alcun distacco, né disprezzo.
Un incontro importante, quello con Ghirri e gli altri fotografi, verso i quali Celati dimostrerà ammirazione e vicinanza: nel loro lavoro ritroverà infatti la sua visione, quello sguardo capace di rompere le catene del realismo ad ogni costo e di introdurre gli elementi fondamentali, e così strettamente indispensabili, per la lettura del mondo: il sogno, l’aria, il fantastico.
“È il modo di lavorare dei fotografi che mi ha conquistato, mi è sembrato più onesto, più pulito, più artigianale e soprattutto più esposto all’esterno e quindi senza questi giochi dell’interiorità, dell’interiorizzazione, che tutti i letterati tirano avanti per tutta la vita”.

Per certi aspetti completamente nuovo, e nello stesso tempo coinvolgente quanto necessario, il progetto di Viaggio in Italia ha avuto lo stesso ruolo che hanno saputo ricoprire i registi del neorealismo italiano nell’immediato dopoguerra.
La capacità di guardare alla realtà che Celati riconosce ai fotografi è la stessa che aveva infatti colto in registi come Rossellini e Antonioni, e prima ancora nella dirompente novità di Visconti quando, in Ossessione, il protagonista cammina sulla strada sospesa, perduta in uno sconosciuto   paesaggio polesano, che conduce alla Dogana di Polesella.
È una realtà nuova, che quasi si confonde con l’apparenza.
In questo senso Il neorealismo, liberando i film dalle icone e dagli eroi, ha fatto un passo indietro portandoci di nuovo a osservare “per singole entità empiriche, cosa per cosa”, togliendo la generalizzazione che caratterizza il modo adulto di ragionare e “diventando istruttivo sull’ordine   del mondo”.
È la cifra che Celati, dopo averla cercata e trovata nelle opere di scrittori che non compaiono fra i nomi più noti della letteratura ufficiale come Alberto Vigevani, Rocco Brindisi e Anna Maria Ortese, inserirà anche nei documentari, se così possiamo ancora definirli alla luce della peculiare natura del suo sguardo, che girerà a partire dagli anni novanta.
Angelo Guglielmi gli chiederà di realizzare per Rai Tre un film ispirato a Verso la Foce: ne uscirà Strada provinciale delle anime, nel 1991, uno strano viaggio a cui partecipa un gruppo di amici e parenti di Celati, circa una trentina di persone, che attraverseranno in autobus, per una settimana, il Delta del Po.
Un percorso condotto lungo le pieghe di un paesaggio che raggiunge l’affetto, il sentimento, che normalmente suscita l’apparizione dei luoghi.
Della comitiva fanno parte alcuni fra coloro che hanno accompagnato Celati in diverse iniziative editoriali e che hanno trovato con lui le ragioni di una rinnovata affinità intellettuale: Ermanno Cavazzoni (dal suo Poema dei lunatici Federico Fellini aveva tratto il suo ultimo film, La voce della luna), Alberto Sironi (attuale regista del Montalbano televisivo) e naturalmente Luigi Ghirri.
Il fotografo di Scandiano, durante il viaggio, ogni volta che scattava una foto di gruppo ai gitanti, urlava “fate finta di essere voi stessi!”. A proposito del paesaggio invece, ci affidava questa riflessione: “Per noi è l’incrocio fra la natura e la cultura, quindi, in un certo senso, il luogo della distruzione”, comunque qualcosa che “non è delimitabile, una circolarità della visione che non finisce mai.

Ermanno Cavazzoni ci ricorda, con le parole di oggi, quale era stata allora l’idea di fondo che Celati aveva più o meno tenuta nascosta dietro la genesi di questo bizzarro pellegrinaggio attraverso lembi dispersi di pianura, quella di pensare, in definitiva, al breve cammino di Strada provinciale delle anime come a una metafora della vita: si nasce, si incontrano delle persone, si percorrono insieme dei tratti di strada e poi a un certo punto tutto finisce.
È l’incontro con le signore che passano in bicicletta, le coppie anziane che camminano, i ragazzi che si affacciano alla finestra, secondo Cavazzoni, che ci riporta alle istantanee del quotidiano: come passando in treno, verso sera, vicino alle case e rubare piccoli frammenti di vita domestica catturati dalle finestre, fotogrammi di altre vite che avrebbero potuto essere le nostre.   
Gianni Celati, insomma, il traduttore di Céline, Swift, Melville, Joyce e Stendhal, difenderà sempre fino alla fine l’idea che il racconto non sia mai qualcosa di originale, ma sempre un ambito di singolarità, figlio di un particolare momento della vita.
Scrittori e registi saranno sempre per lui coloro che, invece di penetrare all’interno dell’altro, cercheranno solamente di leggerne i comportamenti, raccontando la realtà grazie all’abbandono della veduta “retinica”, basata sul documento, e guardando invece all’interno, con uno sguardo permeato da un respiro più intenso, e mescolato con la memoria, la fantasia e l’immaginazione.
La dimensione più preziosa del racconto è quella che ne viene in un certo senso esclusa, che si muove all’esterno, proprio come Ghirri spiegava a proposito della fotografia: ciò che ne rimane fuori è la cosa più importante e la foto ne è il più preciso metro di misura.
Il professore che se ne è andato dall’Università sbattendo la porta, che dando le dimissioni ha superato la “disgrazia” rappresentata dai colleghi, che non sopportava gli esami perché “qualsiasi parola detta ad un esame universitario è falsa ed è un omaggio alla burocrazia ministeriale”, ci ha riportato dunque ad una letteratura intesa come divagare della mente, dove la fantasticanza è la parola più giusta perché è “una fase distensiva del corpo, un rilassamento che permette di fantasticare di più..”
Accadde anche a Mozart, in un esempio molto caro a Celati, mentre suonava, durante un concerto, davanti ad un Principe.
“Una melodia molto bella – disse il Principe – ma cosa significa?”
“Cosa significa? – rispose Mozart – “Ora glielo spiego”.
E si rimise a suonarla daccapo.

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